Quel Ratzinger dimenticato dai «ratzingeriani». Dal blog di Andrea Tornielli

Il pontificato di Benedetto XVI fu un’ondata di luce sulla Chiesa e sul mondo. E questa luce continua ad irradiare. Il problema, come si sentiva dire anche allora, erano i “ratzingeriani”.

(E.C.)

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In alcuni circoli intellettuali continua l’acceso dibattito sulla continuità-discontinuità tra Benedetto XVI e Francesco. Ma l’immagine del Papa tedesco troppo spesso non corrisponde alla realtà

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

Weltjugendtag

Nel dibattito dai toni spesso accesi (e talvolta autoreferenziali) sulla continuità-discontinuità tra i Papi Benedetto XVI e Francesco, nella foga di contrapporre, di sottolineare ogni diversità di stile o di accenti, c’è il rischio di finire col presentare delle caricature dei protagonisti. Il fenomeno finisce per incasellare in un cliché artificioso innanzitutto la ricca figura di Papa Ratzinger, come se tutto il suo magistero fosse identificabile con la strenua e reiterata difesa dei «principi non negoziabili» nello spazio pubblico.

Nel suo primo viaggio internazionale, incontrando i giovani della GMG di Colonia, nell’estate del 2005, Benedetto XVI scelse di non parlare di castità, di rapporti pre-matrimoniali, etc. etc. Concentrandosi invece sull’annuncio della bellezza del fatto cristiano. Un anno dopo, qualcosa di simile accadde durante il suo viaggio della Spagna divenuta culla del «relativismo zapateriano», patria delle nozze gay. Benedetto XVI andò a incontrare le famiglie venute da tutto il mondo a Valencia per testimoniare la bellezza delle loro esperienze, e scelse di non contrapporsi al governo spagnolo e di non pronunciare condanne, preferendo parlare in positivo.

Ancora, si può richiamare alla memoria la coraggiosa ed evangelica risposta dello stesso Papa Ratzinger nel pieno della bufera per lo scandalo della pedofilia, quando invece di puntare il dito contro i nemici esterni, disse (2010) che la persecuzione più grande per la Chiesa non viene dall’esterno, ma dal suo interno, dal peccato all’interno della Chiesa stessa. Allora, proprio ai giornali che oggi innalzano la bandiera «ratzingeriana», questo atteggiamento non piacque. E la «Chiesa penitenziale» di Benedetto divenne uno slogan per segnalare la nostalgia di più nerborute pubbliche prese di posizione.

Si possono poi citare le parole, passate sotto interessato silenzio, che Benedetto XVI ha pronunciato nel 2011 a Friburgo, nel suo ultimo viaggio in Germania da Papa regnante, quando ha parlato di una «Chiesa soddisfatta di se stessa, che si accomoda in questo mondo, è autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo». Una Chiesa che non di rado dà così all’organizzazione e all’istituzionalizzazione un’importanza maggiore che non alla sua chiamata all’essere aperta verso Dio e ad un aprire il mondo verso il prossimo». Una Chiesa che dovrebbe liberarsi «dai fardelli e dai privilegi materiali e politici» per «dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero» ed essere «veramente aperta al mondo».

E che dire, infine, di altri due filoni del magistero ratzingeriano, dimenticati o manipolati? Il primo è rappresentato dalle sue parole contro il carrierismo ecclesiastico (e qui ognuno può trarre le sue conclusioni su quanto poco siano state prese sul serio). Il secondo è quello riguardante la liturgia. Con il motu proprio «Summorum Pontificum» Benedetto XVI voleva favorire la riconciliazione tra la stragrande maggioranza dei fedeli che seguono il rito romano ordinario e i pochi rimasti legati alla messa antica. Voleva favorire l’arricchimento reciproco fra i due modi di celebrare. Il suo messaggio è stato molto spesso ignorato e invece di riconciliare o arricchire reciprocamente, la liberalizzazione ha finito per polarizzare e spesso per dividere ulteriormente.

Ci vorrebbe, dunque, qualche attenzione in più, per non ridurre Papa Ratzinger, per non schiacciare la ricchezza del suo magistero facendolo coincidere con certe gabbie ideologiche, per non rinchiuderlo in uno schema precostituito. Del resto, è esemplare quanto accaduto nel novembre 2010, quando una risposta minimamente aperturista sul preservativo contenuta nel libro intervista con Peter Seewald «Luce del mondo», provocò la forte reazione dei custodi dell’etica sessuale, pronti a insegnare con le loro «eruzioni di dottrina» anche a Ratzinger come essere veramente «ratzingeriano».

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