Giuseppe Camadini

Giuseppe Camadini cristiano concreto e discreto

pubblicato sulla rivista “Settimana” n. 31

Giuseppe Camadini

Il 25 luglio scorso è deceduto a Brescia, all’età di 81 anni, il dott. Giuseppe Camadini, uomo di profonda fede, esponente di spicco della cultura, dell’economia e dell’educazione cattolica a Brescia e in Italia. Nato e cresciuto a Brescia, Camadini si laureò in giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore nel 1954 e poi iniziò la carriera come avvocato e come notaio. Iscrittosi alla Democrazia cristiana all’indomani della caduta del fascismo, declinò presto la militanza politica per dedicarsi più alla FUCI, di cui diventerà presidente, e all’Azione Cattolica diocesana negli anni 50 e 60, di cui sarà vicepresidente. Ha vissuto un’esistenza straordinariamente dinamica e impegnata in numerose iniziative e istituzioni che lo hanno visto attore e protagonista.

Il dottor Camadini apparteneva a quella grande tradizione di laicato cristiano che proveniva dalla valle Camonica, e che ha avuto tanta rilevanza. Si rifaceva, infatti, ad una storia, quella del movimento cattolico bresciano, che, tra la fine dell’800 e i primi cin- quant’anni del secolo scorso, ha operato efficacemente con giornali, scuole, case editrici, casse rurali. Questa ricca tradizione era iniziata dall’azione del beato Giuseppe Tovini – fondatore della banca di Vallecamonica, ma anche dell’Ambrosiano – ed era stata sviluppata in seguito nel campo più politico e religioso dalle famiglie Bazoli e Montini, compreso il futuro Paolo VI.

 

i giovani soprattutto

 

Con il suo impegno nell’associazionismo cattolico, Camadini è appartenuto ad una generazione successiva, ma si collocava all’interno della tradizione di presenza dei cattolici nei diversi ambiti della vita sociale e civile. Come Tovini, anche Camadini operò con vari incarichi negli istituti bancari e anche come presidente per più anni della compagnia Cattolica Assicurazioni di Verona.

Sulle orme del Tovini, egli promosse numerose iniziative di carattere formativo ed educativo, in particolare attraverso la presidenza dell’Opera per l’Educazione Cristiana, e quelle editoriali, nella veste di amministratore dell’editrice La Scuola, dell’editrice Studium e del quotidiano Avvenire. Sempre in questo settore, sarà colonna portante del quotidiano Il Giornale di Brescia. È attraverso l’Opera per l’Educazione Cristiana che egli si prodigò nel promuovere corsi per gli studenti delle medie superiori, nell’erogare borse di studio e sviluppare le iniziative della “Fondazione Tovini”, con il suo collegio universitario e la formazione dei giovani impegnati nel volontariato internazionale.

Del resto, soprattutto ai giovani Camadini ha costantemente destinato le sue opere, spinto dalla passione di voler lasciare sempre più forte la testimonianza di una vita ricca e gioiosa, perché incardinata nella grande, e talvolta dolorosa, storia della Chiesa. Incontrandolo, si aveva l’impressione che volesse lanciare a tutti, e in special modo ai giovani, la sfida di non disperdere il patrimonio di valori trasmesso dalla tradizione, ma di raccogliere il testimone e portarlo avanti per farlo fruttare in un tempo sempre più difficile e incomprensibile. Ancora, l’attenzione ai giovani l’aveva spinto, negli anni 60 e seguenti, alla promozione culturale e intellettuale nella sua città, diventando uno tra i più convinti promotori dell’insediamento e del successivo sviluppo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Brescia.

L’impegno più rilevante e significativo di Giuseppe Camadini, che lo ha fatto conoscere e apprezzare oltre i confini locali e nazionali, è stato senza dubbio quello legato all’Istituto Paolo VI, il “Centro internazionale di studi e documentazione”, promosso dall’Opera per l’Educazione Cristiana. Gli ultimi anni della sua vita li ha dedicati in modo particolare a questa istituzione, che ha avuto un coronamento nelle storiche visite a Brescia di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.

In particolare papa Ratzinger, con il suo viaggio a Brescia nel novembre 2009, ha inaugurato la nuova sede dell’Istituto Paolo VI a Concesio, edificata accanto alla casa natale di Giovanni Battista Montini. Nell’archivio di questa istituzione sono raccolti quasi centomila documenti, in gran parte originali, di Paolo VI e una biblioteca di 33.000 volumi; accanto ad essa è collocata una collezione di opere d’arte moderna, regalate a Montini durante il suo pontificato.

I convegni e i colloqui internazionali hanno fatto conoscere l’Istituto Paolo VI in tutto il mondo. L’ultima di queste iniziative, voluta e preparata con puntigliosità da lui stesso per diversi mesi, è stato il colloquio svoltosi a Nairobi, in Kenya, pochi giorni dopo i funerali di papa Montini, sul tema: “Paolo VI e l’Africa”. L’evento, ben riuscito e partecipato, ha avuto una grande eco tra i vescovi e le Chiese del continente africano, e non solo.

 

Fede e opere

 

L’intera esistenza di Giuseppe Camadini, con la sua grande fiducia nelle istituzioni che hanno il compito di rendere concreti e fruibili i valori cristiani, potrebbe essere riassunta nel motto “fede e opere”. In un tempo segnato dalla drammatica separazione dei valori spirituali e religiosi dalla cultura e dalla vita sociale del nostro paese, la fede concreta, robusta ed evangelica di un laico cristiano come Camadini, rimanda alla radice profonda di un senso religioso e di un cristianesimo solido e maturo, alimentato dalla preghiera, capace di misurarsi con il mondo, scevro da ogni intellettualismo e da ogni sincretismo, per mostrarne la sua forza affascinante e liberante.

Questa fede, sostenuta dalla vita sacramentale, e questa libertà di spirito lo hanno portato ad una operosità di altissimo livello. Ispirato all’esempio del beato Tovini, e alimentato al grande insegnamento dei Padri Oratoriani della Pace e del cattolicesimo bresciano, egli ha trovato sbocco nelle realtà, nelle azioni, nell’indicare una strada concreta per testimoniare che la fede può trasformare molte cose della vita e lasciare un segno e un dono per chi verrà. In questo senso, si è speso per tutta la vita al servizio di una crescita sociale e culturale delle giovani generazioni e del paese.

La significativa partecipazione di popolo ai suoi funerali, celebrati dal vescovo di Brescia nella cattedrale della città, e dal card. Giovanni Battista Re nella chiesa di Sellero in valle Camonica, è stata l’evidente e pubblica dimostrazione di un’esistenza incardinata nella grande storia della Chiesa e spesa a costruire il bene comune.

Il vescovo della diocesi, Luciano Monari, nella sua omelia ha usato espressioni particolarmente felici che inquadrano in modo appropriato la figura del credente Ca- madini, nel suo amore senza riserve per la Chiesa, la sua devozione al papa e al vescovo, la sua fedeltà umile ai gesti semplici della vita cristiana, come la preghiera del mattino e della sera, il catechismo, la messa insieme a tutti, la comunione, i sacramenti. «È stata – ha detto Monari – una persona amata e rispettata, ma anche avversata e discussa: è il destino di tutti quelli che hanno responsabilità importanti e che non possono illudersi di poter piacere a tutti. Ma anche chi valutava le cose in modo diverso da lui doveva riconoscere il suo disinteresse, la sua dedizione al bene, alla Chiesa. Per quanto mi riguarda, quello che ricordo con maggiore tenerezza sono alcuni suoi atteggiamenti di semplicità (…); incontrandolo da vicino, c’erano momenti belli, in cui la commozione prevaleva e in cui il cuore si apriva a un sorriso limpido, senza difese. Momenti di semplicità che sono nello stesso tempo momenti di verità».

In un tempo segnato da una cultura mediatica in cui gli uomini che dirigono le istituzioni dedicano la maggior parte del loro tempo a dichiarazioni, interviste, spesso autoreferenziali o assolutorie, colpisce la figura di un personaggio come Giuseppe Camadini che, pur sedendo al tavolo di innumerevoli Consigli di amministrazione, sapeva lavorare nel silenzio senza preoccuparsi che si parlasse di lui. Non è forse questo il tratto caratteristico di una testimonianza per chi è chiamato a vivere oggi la propria fede nel contesto delle istituzioni e della vita pubblica?

A. Vincenzo Zani

Gli 813 martiri di Otranto – L’attualità di una pagina indimenticabile della storia del cristianesimo

Nel sangue dei martiri è presente e opera lo Spirito del Cristo Risorto che rende sempre giovane e feconda la Chiesa.

(E.C.)

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La storia degli 813 martiri

(dal sito web http://santimartiriotranto.it/la-storia/#.UhIM2WROoa8)

1. L’assedio di Otranto da parte dei Turchi
Maometto II, già padrone di Costantinopoli (1453), della Grecia, dell’Albania e di una parte della Spagna, tentò la conquista del regno di Napoli, governato da Ferdinando I d’Aragona, e di Roma, sede del papa. Il 27 luglio del 1480, in piena stagione estiva, la fortissima flotta turca, con circa 150 navi e 18.000 armati, comandati da Acmet Pascià, raggiunse la zona costiera di Otranto presso i Laghi Alimini, con l’intento di occupare la città, sede arcivescovile (778), metropolitana (968–1980), primaziale e capoluogo di Terra d’Otranto.
L’assedio di Otranto durò 15 giorni (28 luglio-11 agosto). Nonostante le iniziali lusinghe del Pascià, gli Otrantini resistettero eroicamente; ma Otranto fu presa e invasa dai Turchi.

2. L’occupazione della cattedrale e i primi Martiri 
Terrorizzati dal pericolo turco, le donne, i bambini, i deboli trovarono rifugio nella chiesa cattedrale, assistiti spiritualmente dall’arcivescovo Stefano Pendinelli, dai canonici del capitolo cattedrale e dai religiosi dei conventi della città. Il 12 agosto, di venerdì, i Turchi sfondarono le porte d’ingresso alla cattedrale, la occuparono e trucidarono spietatamente l’arcivescovo, i capitolari e i religiosi francescani, domenicani e basiliani. Il prezioso mosaico pavimentale fu bagnato dal sangue dei Martiri della Fede cristiana, preludio dell’altra gloriosa e corale testimonianza cristiana sul Colle della Minerva.

3. Gli altri 800 Martiri del Colle della Minerva
Come risulta da documenti contemporanei, due giorni dopo, il 14 agosto, di domenica, alla vigilia della festa della Madonna assunta, il Pascià fece raccogliere 813 uomini superstiti e li fece condurre alla sua presenza sulla vicina altura della Minerva, dove furono obbligati a fare una scelta: rinnegare la fede di Cristo o morire tutti decapitati.
Gli Otrantini preferirono rimanere fedeli a Cristo e accettarono di morire per lui.
E così, uno dopo l’altro, furono tutti decapitati.
Si tramanda che il primo Martire, Antonio Primaldo, che aveva esortato i suoi compagni a rimanere saldi nella Fede cristiana, pur decapitato, si levò in piedi col solo busto, senza la testa, e restò immobile sino alla decapitazione dell’ultimo otrantino. Otranto ha sempre venerato come beati e santi gli 813 decapitati sul colle della Minerva.
La loro santità per via del Culto è stata riconosciuta da Clemente XIV il 14 dicembre 1771.
Il fatto del martirio è stato riconosciuto ufficialmente con decreto della Congregazione delle Cause dei Santi del 6 luglio 2007, sotto il pontificato di Benedetto XVI.

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Una storia attuale

(dal sito web http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/05/09/gli-ottocento-martiri-di-otranto-una-storia-sempre-attuale/)

Domenica 12 maggio papa Francesco proclamerà santi Antonio Primaldo e i suoi ottocento compagni che furono martirizzati a Otranto nel 1480 dai musulmani.

Nel martirologio romano si legge, a loro proposito:

“… i circa ottocento beati martiri che a Otranto, in Puglia, incalzati dall’assalto dei soldati ottomani a rinnegare la fede, furono esortati dal beato Antonio Primaldo, anziano tessitore, a perseverare in Cristo, e ottennero così con la decapitazione la corona del martirio”.

Ad autenticare il loro martirio è stato Benedetto XVI, il 6 luglio 2007.

L’obiettivo del califfo Maometto II era di conquistare Roma, dopo aver già preso Costantinopoli nel 1453. Otranto, la città più orientale d’Italia, era l’approdo dal quale marciare verso la capitale della cristianità. Lo fermarono dei cristiani pronti a difendere la fede a prezzo della vita.

La loro storia è commovente. E può essere riletta in una pagina di www.chiesa di sei anni fa. Il narratore è Alfredo Mantovano, magistrato cattolico, ex senatore e conterraneo di quei martiri, nato nel sud della Puglia:

Che non sia una storia relegata al passato lo ricorda papa Francesco, tutte le volte che richiama l’attenzione sui tanti cristiani che ancora oggi sono uccisi in odio alla fede.

Venerdì 10 maggio, ricevendo in udienza il patriarca della Chiesa ortodossa copta d’Egitto, Tawadros II, ha detto:

“‘Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui’ (1 Cor 12, 26). Questa è una legge della vita cristiana, e in questo senso possiamo dire che esiste anche un ecumenismo della sofferenza: come il sangue dei martiri è stato seme di forza e di fertilità per la Chiesa, così la condivisione delle sofferenze quotidiane può divenire strumento efficace di unità. E ciò è vero, in certo modo, anche nel quadro più ampio della società e dei rapporti tra cristiani e non cristiani: dalla comune sofferenza, possono infatti germogliare, con l’aiuto di Dio, perdono e riconciliazione”.

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Come gli 800 martiri salvarono Roma

(dal sito web http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1336917

Furono martirizzati cinque secoli fa nella regione più orientale d’Italia, la più esposta agli attacchi dei musulmani. L’obiettivo del califfo Maometto II era di conquistare Roma, dopo aver già preso Costantinopoli. Lo fermarono dei cristiani pronti a difendere la fede col sangue

di Sandro Magister

ROMA, 14 agosto 2007 – Si legge nel Martirologio Romano, cioè nel calendario liturgico dei santi e beati aggiornato a norma dei decreti del Concilio Vaticano II e promulgato da Giovanni Paolo II, che oggi la Chiesa ricorda e venera…

“… i circa ottocento beati martiri che a Otranto, in Puglia, incalzati dall’assalto dei soldati ottomani a rinnegare la fede, furono esortati dal beato Antonio Primaldo, anziano tessitore, a perseverare in Cristo, e ottennero così con la decapitazione la corona del martirio”.

Il martirio di questi ottocento avvenne nell’anno 1480 e nel giorno della loro memoria liturgica, il 14 agosto.

Per loro, cinque secoli dopo, nel 1980, Giovanni Paolo II si recò a Otranto, la città italiana in cui furono martirizzati.

E quest’anno, il 6 luglio, Benedetto XVI ha autenticato definitivamente il loro martirio, con un decreto promulgato dalla congregazione delle cause dei santi.

Ma chi furono gli ottocento di Otranto? E perché furono uccisi? La loro storia è di straordinaria attualità. Come tuttora attuale è il conflitto tra islam e cristianesimo, nel quale essi sacrificarono la vita.

È quanto mostra nel racconto che segue – apparso il 14 luglio scorso su “il Foglio” – Alfredo Mantovano, giurista cattolico, senatore della repubblica e conterraneo di quei martiri, nato nel sud della Puglia, la regione di Otranto:

 

“Pronti a morire mille volte per Lui…”

di Alfredo Mantovano

Il 6 luglio 2007 Benedetto XVI ha ricevuto il prefetto della congregazione per le cause dei santi, cardinale José Saraiva Martins, e ha autorizzato la pubblicazione del decreto di autenticazione del martirio del beato Antonio Primaldo e dei suoi compagni laici, “uccisi in odio alla fede” a Otranto il 14 agosto del 1480.

Antonio Primaldo è l’unico del quale è stato tramandato il nome. Gli altri suoi compagni di martirio sono ottocento ignoti pescatori, artigiani, pastori e agricoltori di una piccola città, il cui sangue, cinque secoli fa, è stato sparso solo perché cristiani.

Ottocento uomini, i quali hanno subito cinque secoli fa il trattamento riservato nel 2004 all’americano Nick Berg, catturato da terroristi islamici in Iraq mentre svolgeva il suo lavoro di tecnico antennista e ucciso al grido di “Allah è grande!”. Il suo boia, dopo avergli recisa la giugulare, passò la lama attorno al collo, fino a staccare la testa, e quindi la mostrò come un trofeo. Esattamente come fece nel 1480 il boia ottomano con ciascuno degli ottocento otrantini.
L’esecuzione di massa ha un prologo, il 29 luglio 1480. Sono le prime ore del mattino: dalle mura di Otranto comincia a scorgersi all’orizzonte e diventa sempre più visibile una flotta composta da 90 galee, 15 maone e 48 galeotte, con 18 mila soldati a bordo. L’armata è guidata dal pascià Agometh; e costui è agli ordini di Maometto II, detto Fatih, il Conquistatore, cioè il sultano che nel 1451, ad appena 21 anni, era salito a capo della tribù degli ottomani, a sua volta impostasi sul mosaico degli emirati islamici un secolo e mezzo prima.

Nel 1453, alla guida di un esercito di 260 mila turchi, Maometto II aveva conquistato Bisanzio, la “seconda Roma”, e da quel momento coltivava il progetto di espugnare la “prima Roma”, la Roma vera e propria, e di trasformare la basilica di San Pietro in una stalla per i suoi cavalli.

Nel giugno 1480 valuta i tempi maturi per completare l’opera: toglie l’assedio a Rodi, difesa con coraggio dai suoi cavalieri, e punta la flotta verso il mare Adriatico. L’intenzione è di approdare a Brindisi, il cui porto è ampio e comodo: da Brindisi progetta di risalire l’Italia fino a raggiungere la sede del papato. Un forte vento contrario costringe però le navi a toccare terra 50 miglia più a sud, e a sbarcare in una località chiamata Roca, a qualche chilometro da Otranto.
Otranto era – ed è – la città più orientale d’Italia. Ha un passato ricco di storia: le immediate vicinanze erano abitate probabilmente già dal Paleolitico, certamente dal Neolitico. Era stata poi popolata dai messapi, stirpe che precedeva i greci, quindi – conquistata da costoro – era entrata nella Magna Grecia e, ancora, era caduta nelle mani dei romani, diventando presto municipio.

L’importanza del suo porto le aveva fatto assumere il ruolo di ponte fra oriente e occidente, consolidato sul piano culturale e politico dalla presenza di un importante monastero di monaci basiliani, quello di san Nicola in Casole, di cui oggi restano un paio di colonne, sulla strada che conduce a Leuca.

Nella sua splendida chiesa cattedrale, costruita fra il 1080 e il 1088, nel 1095 fu impartita la benedizione ai dodicimila Crociati che, al comando del principe Boemondo I d’Altavilla, partirono per liberare e per proteggere il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Di ritorno dalla Terra Santa, proprio a Otranto san Francesco d’Assisi era approdato nel 1219, accolto con grandi onori.
Quando sbarcano gli ottomani, la città può contare su una guarnigione di soli 400 uomini in armi, e per questo i capitani del presidio si affrettano a chiedere aiuto al re di Napoli, Ferrante d’Aragona, inviandogli una missiva.

Cinto d’assedio il castello, nelle cui mura si erano rifugiati tutti gli abitanti del borgo, il pascià Agometh, tramite un messaggero, propone una resa a condizioni vantaggiose: se non resisteranno, uomini e donne saranno lasciati liberi e non riceveranno alcun torto. La risposta giunge da uno dei maggiorenti della città, Ladislao De Marco: se gli assedianti vogliono Otranto – fa sapere – devono prenderla con le armi.

Al nunzio è intimato di non tornare più, e quando arriva un secondo messaggero con la medesima proposta di resa, costui viene trafitto dalle frecce. Per togliere ogni equivoco, i capitani prendono le chiavi delle porte della città e in modo visibile, da una torre, le scagliano in mare, alla presenza del popolo. Durante la notte, buona parte dei soldati della guarnigione si cala con le funi dalle mura della città e scappa. A difendere Otranto restano soltanto i suoi abitanti.
L’assedio che segue è martellante: le bombarde turche rovesciano sulla città centinaia di grosse palle di pietra (molte sono ancora oggi visibili per le strade del centro storico della città). Dopo quindici giorni, all’alba del 12 agosto, gli ottomani concentrano il fuoco contro uno dei punti più deboli delle mura: aprono una breccia, irrompono nelle strade, massacrano chiunque capiti a tiro, raggiungono la cattedrale, nella quale in tanti si sono rifugiati. Ne abbattono la porta e dilagano nel tempio, raggiungono l’arcivescovo Stefano, lì presente con gli abiti pontificali e con il crocifisso in mano. All’intimazione di non nominare più Cristo, poiché da quel momento comanda Maometto, l’arcivescovo risponde esortando gli assalitori alla conversione, e per questo gli viene reciso il capo con una scimitarra.

Il 13 agosto Agometh chiede e ottiene la lista degli abitanti catturati, con esclusione delle donne e dei ragazzi di età inferiore ai 15 anni.
Così racconta Saverio de Marco nella “Compendiosa istoria degli ottocento martiri otrantini” pubblicata nel 1905:

“In numero di circa ottocento furono presentati al pascià che aveva al suo fianco un miserrimo prete, nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede. Costui impiegò la satannica sua eloquenza a fin di persuadere a’ nostri santi che, abbandonato Cristo, abbracciassero il maomettismo, sicuri della buona grazia d’Acmet, il quale accordava loro vita, sostanze e tutti qui beni che godevano nella patria: in contrario sarebbero stati tutti trucidati. Tra quegli eroi ve n’ebbe uno di nome Antonio Primaldo, sarto di professione, d’età provetto, ma pieno di religione e di fervore. Questi a nome di tutti rispose: ‘Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui'”.

Aggiunge il primo dei cronisti, Giovanni Michele Laggetto, nella “Historia della guerra di Otranto del 1480” trascritta da un antico manoscritto e pubblicata nel 1924:

“E voltatosi ai cristiani disse queste parole: ‘Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della patria e per salvar la vita e per li signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l’anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la gloria del martirio’. A queste parole incominciarono a gridare tutti a una voce con molto fervore che più tosto volevano mille volte morire con qual si voglia sorta di morte che di rinnegar Cristo”.
Agometh decreta la condanna a morte di tutti gli ottocento i prigionieri. Al mattino seguente, questi vengono condotti con la fune al collo e le mani legate dietro la schiena al colle della Minerva, poche centinaia di metri fuori dalla città. Scrive, ancora, De Marco:

“Ratificarono tutti la professione di fede e la generosa risposta data innanzi; onde il tiranno comandò che si venisse alla decapitazione e, prima che agli altri, fosse reciso il capo a quel vecchio Primaldo, a lui odiosissimo, perché non rifiniva di far da apostolo co’ suoi, anzi in questi momenti, prima di chinare la testa sul sasso, aggiungeva a’ commilitoni che vedeva il cielo aperto e gli angeli confortatori; che stessero saldi nella fede e mirassero il cielo già aperto a riceverli. Piegò la fronte, gli fu spiccata la testa, ma il busto si rizzò in piedi: e ad onta degli sforzi de’ carnefici, restò immobile, finché tutti non furono decollati. Il portento evidente ed oltremodo strepitoso sarebbe stata lezione di salute a quegl’infedeli, se non fossero stati ribelli a quel lume che illumina ognuno che vive nel mondo. Un solo carnefice, di nome Berlabei, profittò avventurosamente del miracolo e, protestandosi ad alta voce cristiano, fu condannato alla pena del palo”.

Durante il processo per la beatificazione degli ottocento, nel 1539, quattro testimoni oculari riferirono il prodigio di Antonio Primaldo, che restò in piedi dopo la decapitazione, e la conversione e il martirio del boia. Così racconta uno dei quattro, Francesco Cerra, che nel 1539 aveva 72 anni:

“Antonio Primaldo fu il primo trucidato e senza testa stette immobile, né tutti gli sforzi dei nemici lo poter gettare, finché tutti furono uccisi. Il carnefice, stupefatto per il miracolo, confessò la fede cattolica essere vera, e insisteva di farsi cristiano, e questa fu la causa, perché per comando del bassà fu dato alla morte del palo”.
Cinquecento anni dopo, il 5 ottobre 1980, Giovanni Paolo II si reca a Otranto per ricordare il sacrificio degli ottocento.

È una splendida mattina di sole nella spianata sottostante il Colle della Minerva, dal 1480 chiamato Colle dei Martiri. Il pontefice polacco coglie l’occasione per rivolgere un invito, attuale allora come oggi:

“Non dimentichiamo i martiri dei nostri tempi. Non comportiamoci come se essi non esistessero”.

Il papa esorta a guardare oltre il mare, e richiama espressamente le sofferenze del popolo di Albania, al quale in quel momento, sottoposto a una delle più feroci realizzazioni del comunismo, nessuno rivolgeva l’attenzione. Sottolinea che “i beati martiri di Otranto ci hanno lasciato due consegne fondamentali: l’amore alla patria terrena e l’autenticità della fede cristiana. Il cristiano ama la sua patria terrena. L’amore della patria è una virtù cristiana”.
Il sacrificio degli ottocento di Otranto non è importante soltanto sul piano della fede. Le due settimane di resistenza della città consentono all’esercito del re di Napoli di organizzarsi e di avvicinarsi a quei luoghi, così impedendo ai 18 mila ottomani di dilagare per la Puglia.

I cronisti dell’epoca non esagerano nell’affermare che la salvezza dell’Italia meridionale fu garantita da Otranto: e non solo quella, se è vero che la notizia della presa della città inizialmente aveva indotto il pontefice allora regnante, Sisto IV, a programmare il trasferimento ad Avignone, nel timore che gli ottomani si avvicinassero a Roma.

Il papa recede dall’intento quando il re di Napoli, Ferrante, incarica il figlio Alfonso, duca di Calabria, di trasferirsi in Puglia, e gli affida il compito di riconquistare Otranto. Il che accade il 13 settembre 1481, dopo che Agometh era tornato in Turchia e Maometto II era morto.
Ciò che rende questo straordinario episodio pieno di significato, anche per l’uomo europeo di oggi, è che nella storia della cristianità non sono mai mancate testimonianze di fede e di valori civili, né sono mai mancati gruppi di uomini che hanno affrontato con coraggio prove estreme. Mai però è accaduto un episodio di proporzioni collettive così vaste: un’intera città dapprima combatte come può e tiene testa per più giorni all’assedio; e poi respinge con fermezza la proposta di abiurare la fede. Sul Colle della Minerva, al di fuori del vecchio Antonio Primaldo, non emerge alcuna individualità, se è vero che degli altri ottocento martiri non si conosce il nome: a riprova del fatto che non sono pochi singoli eroi, bensì è una popolazione intera che affronta la prova.
Il tutto succede anche per l’indifferenza dei responsabili politici dell’Europa dell’epoca, di fronte alla minaccia ottomana.

Nel 1459 il papa Pio II aveva convocato a Mantova un congresso al quale aveva invitato i capi degli stati cristiani, e nel discorso introduttivo aveva delineato le loro colpe di fronte all’avanzata turca. Ma benché in quella assise venga decisa la guerra per contenere questa avanzata, poi non segue nulla, a causa dell’opposizione di Venezia e della noncuranza della Germania e della Francia.

Dopo che i musulmani conquistano l’isola di Negroponte, appartenente a Venezia, una nuova alleanza contro gli ottomani proposta da papa Paolo II viene fatta fallire dai signori di Milano e di Firenze, pronti ad approfittare della situazione critica nella quale si trova la Serenissima.

Il decennio successivo, con Sisto IV che diventa pontefice nel 1471, registra l’omicidio di Galeazzo Sforza duca di Milano, l’alleanza antiromana del 1474 fra Milano, Venezia e Firenze, la fiorentina Congiura dei Pazzi del 1478 e la guerra che ne segue fra il papa e il re di Napoli, da una parte, e dall’altra Firenze, aiutata da Milano, da Venezia e dalla Francia… Il tutto con grande vantaggio per gli ottomani, come scrive Ludwig von Pastor nella sua “Storia dei papi”:

“Lorenzo il Magnifico, che aveva ammonito Ferrante di non prestarsi al gioco e alle aspirazioni degli stranieri, fu proprio lui a sollecitare Venezia perché si accordasse con i turchi e li spingesse ad assalire le sponde adriatiche del regno di Napoli, al fine di turbare i disegni di Ferdinando e del figlio. […] La Serenissima, firmata nel 1479 la pace con i turchi aderì al disegno del Magnifico nella speranza di riversare sulla Puglia l’orda musulmana che da un momento all’alto poteva abbattersi sulla Dalmazia, dove sventolava il vessillo di san Marco. […] E gli uomini di Lorenzo il Magnifico non esitarono neppure […] a sollecitare Maometto II a invadere le terre del re di Napoli, ricordandogli i vari torti subiti da questi. Ma il sultano non aveva bisogno di questi consigli: da 21 anni attendeva il momento buono per sbarcare in Italia, e fino ad allora era stata proprio Venezia, la diretta avversaria sul mare, ad impedirglielo”.
Se la storia non è mai identica a sé stessa, tuttavia non è arbitrario cogliere dai suoi sviluppi analogie e similitudini: esattamente mille anni dopo il 480, anno della nascita di san Benedetto da Norcia – un umile monaco alla cui opera l’Europa deve tanto della sua identità – altri umili interpretano l’Europa meglio e più dei loro capi, pronti a combattersi reciprocamente piuttosto che a fronteggiare il nemico comune.

Quando gli otrantini si trovano di fronte alle scimitarre ottomane, non traggono dal disinteresse dei re il motivo per un proprio disimpegno; forti della cultura nella quale sono cresciuti, pur se la gran parte di loro non ha mai imparato l’alfabeto, sono convinti che resistere e non abiurare la fede costituisca la scelta più naturale. Si provi a parlare oggi con un nostro soldato che è tornato dall’Iraq o dall’Afghanistan, dopo aver completato il periodo di missione: ciò che si ascolta con maggiore frequenza è la sua meraviglia per le discussioni e per i contrasti infiniti sulla nostra presenza in quelle regioni. Per questi soldati è naturale che si vada ad aiutare chi ha necessità di sostegno, e che si garantisca la sicurezza della ricostruzione contro gli attacchi terroristici.

A Otranto nel 1480 nessuno ha esposto bandiere arcobaleno, né ha invocato risoluzioni internazionali, né ha chiesto la convocazione del consiglio comunale perché la zona fosse dichiarata demilitarizzata; nessuno si è incatenato sotto le mura per “costruire la pace”.

Per due settimane, i quindicimila abitanti della città hanno bollito olio e acqua, finché ne hanno avuti, e li hanno rovesciati dalle mura sugli assedianti. E quando sono rimasti in vita soltanto ottocento uomini adulti e sono stati catturati, sono andati incontro di loro volontà alla fine che oggi fanno in Iraq e in Afghanistan gli iracheni, gli afgani, gli americani, gli inglesi, gli italiani, e altri ancora, quando vengono sequestrati dai terroristi. Ottocento teste sono state tagliate una dopo l’altra, senza che, in quell’epoca, dei cronisti politicamente corretti ne censurassero il racconto. Se oggi conosciamo bene questa straordinaria vicenda, è perché chi l’ha descritta è stato oggettivo e rigoroso.
Oggi l’Europa è attaccata non – come nell’episodio storico richiamato – da una compagine islamica istituzionalmente organizzata, bensì da un insieme di organizzazioni non governative di ultrafondamentalisti islamici. Tenuta presente questa differenza strutturale, non è fuori luogo chiedersi quanto c’è oggi in occidente, in Europa, in Italia, di quella “naturalità” che ha portato una intera comunità a “difendere la pace della propria terra” fino al sacrificio estremo.

Il quesito non è fuori luogo, se si riflette che nella lotta al terrorismo un elemento realmente decisivo è la saldezza del corpo sociale, o comunque di gran parte di esso, di fronte alla minaccia e ai modi più efferati di concretizzazione della stessa. La memoria di Otranto non vale soltanto a sottolineare che vi sono momenti in cui resistere è un dovere, ma prima ancora a ricordare a noi stessi chi siamo e da quali comunità discendiamo.

È importante ricordare che nel 1571, novant’anni dopo il martirio di Otranto, una flotta di stati cristiani arresta l’avanzata turco-islamica nel Mediterraneo al largo di Lepanto.

Lo scenario europeo non era migliorato: la Francia faceva lega con i principi protestanti tedeschi per contrapporsi agli Asburgo e si compiaceva della pressione che i turchi esercitavano contro l’impero asburgico nel Mediterraneo. Parigi e Venezia non avevano mosso un dito per difendere i Cavalieri di Malta dall’assedio navale condotto contro di loro da Solimano il Magnifico. Questo vuol dire che la vittoria di Lepanto non è stata il frutto della convergenza di interessi politici; al contrario, si è realizzata nonostante le divergenze. La straordinarietà di Lepanto sta nel fatto che nonostante tutto, per una volta, principi, politici e comandanti militari hanno saputo accantonare le divisioni e unirsi per difendere l’Europa.

Questa unione si è realizzata soprattutto perché la politica europea del XVI secolo conservava una visione del mondo sostanzialmente comune, fondata sul cristianesimo e il diritto naturale. E se oggi tante menti agnostiche abitano l’Europa in piena libertà, è anche perché qualcuno a suo tempo ha speso tempo, energie e anche la propria vita per la buona causa, dal momento che la vittoria degli altri avrebbe fatto cadere in mani musulmane l’Italia e forse anche la Spagna.
Otranto insegna che una civiltà culturalmente omogenea – o anche solo in prevalenza animata da principi di realtà – è capace di reagire in modo sostanzialmente compatto a difesa della propria pace, e lo fa senza calpestare la propria identità e la propria dignità.

Oggi la cristianità romano–germanica come civiltà omogenea non esiste più. Né vale la tesi secondo la quale la cristianità, finché è esistita, sarebbe stata una realtà speculare alla comunità islamica. Tre differenze strutturali impediscono qualsiasi sovrapposizione o analogia rispetto alla “umma” islamica: nella cristianità vi è distinzione fra la sfera politica e quella religiosa, vi è il fondamento del diritto naturale, vi è il rispetto della coscienza della persona umana. La riflessione su quanto accaduto nel 1480 permette tuttavia di individuare tre capisaldi attorno ai quali rifare unità: e cioè il riferimento al diritto naturale, la riscoperta delle radici cristiane dell’Europa e l’amor di patria, quest’ultimo esplicitamente evocato da Giovanni Paolo II quale lascito dei martiri di Otranto.
Nella Sacra Scrittura, quando Dio mette a conoscenza Abramo dell’intenzione di distruggere Sodoma e Gomorra (Genesi 18, 16 ss). Abramo tenta di intercedere e gli dice: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse ci sono 50 giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”. Ricevuta l’assicurazione da Dio che per riguardo a quei 50 giusti avrebbe perdonato l’intera città, Abramo va avanti, in una sorta di ardita trattativa: e se ce ne fossero 45, 40, 30, 20, o soltanto 10? La risposta di Dio è la medesima: “Non la distruggerò per riguardo a quei dieci”. Ma non se ne trovarono né 50, né 45, né 30, né 20 e neanche 10; e le due città furono distrutte.

Questa pagina della Scrittura è terribile per la sorte di annientamento che prospetta alle civiltà che rinnegano i valori inscritti nella natura dell’uomo. È una pagina che è stata dolorosamente riletta tante volte, soprattutto nel XX secolo, di fronte alle rovine del nazionalsocialismo e del socialcomunismo realizzato. Ma è altrettanto confortante per chi ritiene che la centralità dell’uomo e la coerenza con i principi costituiscano non soltanto il punto di partenza, ma pure la strategia per chiunque voglia fare politica.
Nel 1480 quel brano della Genesi trova un’applicazione particolare: l’Europa, ma in particolare la sua città più importante, Roma, vengono risparmiate dalla distruzione non “per riguardo”, bensì “per il sacrificio” di 800 sconosciuti pescatori, artigiani, pastori e agricoltori di una città marginale.

Colpisce che quanto accadde a Otranto non abbia avuto, e ancora non abbia, il riconoscimento diffuso che merita. La stessa Chiesa ha atteso cinque secoli, e un pontefice straordinario come Karol Wojtyla, per proclamare beati quegli 800. Il decreto del 6 luglio 2007 di Benedetto XVI autorizza a intendere il loro “martirio” come storicamente e teologicamente accaduto.

È la premessa per la loro canonizzazione, che seguirà quando sarà accertato il miracolo. La Chiesa, anche quella otrantina, mantiene un doveroso riserbo sul punto, ma tutti sanno che l’intercessione degli 800 ha già procurato tanti miracoli; manca solo il riconoscimento ufficiale.

I martiri di Otranto non hanno fretta: le loro ossa accolgono chi visita la cattedrale ordinate in più teche, nella cappella situata alla destra dell’altare maggiore.

Ricordano che non solo la fede, ma anche la civiltà hanno un prezzo: un prezzo non monetizzabile, paradossalmente compatibile con l’aver ricevuto la fede e la civiltà come doni inestimabili.

Quel prezzo viene chiesto a ciascuno in modo differente, ma non ammette né saldi né liquidazioni.

Papa Francesco. I primi video e discorsi

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Il Card. Bergoglio, appena eletto papa, ha compiuto subito dei gesti inaspettati e ha sorpreso tutti. Si è dato il nome di Francesco, il santo della povertà e della semplicità. Un messaggio forte a un mondo e a una Chiesa che hanno necessità di riscoprire il valore dell’essenziale. Ha salutato il popolo con un “buona sera”, superando la freddezza di protocolli e cercando con la gente un dialogo diretto e spontaneo. Si avvertiva quasi la paura, tutta umana, di affacciarsi su quella piazza gremita, come se avvertisse tutta in una volta il peso della sua nuova responsabilità. Si è presentato alla loggia vestito soltanto con l’abito bianco, senza mantella rossa (la mozzetta) e senza stola. Al collo una croce pettorale semplice. Richiamo forte e umile per una Chiesa povera e di tutti. Specialmente dei poveri. Si è presentato come vescovo di Roma, con accanto il cardinale vicario di Roma, preferendo insistere sulla sua funzione “primaria” prima ancora che su quella “universale”, presagio, forse, di una scelta: promuovere di più la collegialità episcopale. Ha usato ripetutamente la parola “vescovo” e non ha mai pronunciato la parola “Papa”. Ha fatto pregare il popolo e ha pregato con esso. Ha chiesto la “benedizione” al popolo e si è inchinato verso di esso. Si è inchinato verso la piazza, cioè il mondo, chiedendo la preghiera di tutti per ottenere la benedizione di Dio per il suo nuovo ministero. Un gesto che ha già cambiato la storia. Sono gesti che preannunciano una svolta epocale nel modo di concepire il papato e di esercitarlo. È un uomo di forte impronta spirituale che darà un significativo impulso allo sviluppo del dialogo sui valori dello spirito in un mondo secolarizzato.

E.C.

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VIDEO DELLA FUMATA BIANCA

 

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LA PROCLAMAZIONE DELL’ELETTO

IL VIDEO

 

IL TESTO DEL PRIMO DISCORSO DI PAPA FRANCESCO

«Fratelli e sorelle, buonasera. Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui… Vi ringrazio dell’accoglienza, alla comunità diocesana di Roma, al suo Vescovo, grazie. E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca». Quindi ha recitato il Padre nostro, l’Ave Maria e il Gloria. «E adesso – ha proseguito – incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo, questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità a tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi, l’uno per l’altro, preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo – mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente – sia fruttuoso per la evangelizzazione di questa sempre bella città… Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il Vescovo benedica il popolo io vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me». «Adesso darò la benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e donne di buona volontà», ha proseguito, impartendo la benedizione in latino e concedendo l’indulgenza plenaria. «Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto, ci vediamo presto. Domani voglio andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo».

 

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PRIMA BENEDIZIONE DI PAPA FRANCESCO (VIDEO)

 

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SANTA MESSA “PRO ECCLESIA” CELEBRATA DAL SANTO PADRE FRANCESCO CON I CARDINALI ELETTORI NELLA CAPPELLA SISTINA , 14.03.2013

Il 14 marzo, alle ore 17, nella Cappella Sistina il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa “pro Ecclesia” (per la Chiesa) con i Cardinali elettori che hanno partecipato al Conclave.

Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la proclamazione del Santo Vangelo, commentando le letture (Prima lettura: Is 2, 2-5; Seconda lettura: 1 Pt 2, 4-9; Vangelo: Mt 16, 13-19), Papa Francesco ha tenuto la seguente omelia, a braccio e in italiano:

“In queste tre Letture vedo che c’è qualcosa di comune: è il movimento. Nella Prima Lettura il movimento nel cammino; nella Seconda Lettura, il movimento nell’edificazione della Chiesa; nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, edificare, confessare.

Camminare. «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo: Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile. Camminare: la nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa.

Edificare. Edificare la Chiesa. Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore. Ecco un altro movimento della nostra vita: edificare.

Terzo, confessare. Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio.

Camminare, edificare-costruire, confessare. Ma la cosa non è così facile, perché nel camminare, nel costruire, nel confessare, a volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano indietro.

Questo Vangelo prosegue con una situazione speciale. Lo stesso Pietro che ha confessato Gesù Cristo, gli dice: Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivo. Io ti seguo, ma non parliamo di Croce. Questo non c’entra. Ti seguo con altre possibilità, senza la Croce. Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore.

Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti.

Io auguro a tutti noi che lo Spirito Santo, per la preghiera della Madonna, nostra Madre, ci conceda questa grazia: camminare, edificare, confessare Gesù Cristo Crocifisso. Così sia”.

VIDEO DELL’OMELIA

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UDIENZA DEL SANTO PADRE CON COLLEGIO DEI CARDINALI

“Portare Gesù Cristo all’uomo e condurre l’uomo all’incontro con Gesù Cristo”

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Fratelli Cardinali,

Questo periodo dedicato al Conclave è stato carico di significato non solo per il Collegio Cardinalizio, ma anche per tutti i fedeli. In questi giorni abbiamo avvertito quasi sensibilmente l’affetto e la solidarietà della Chiesa universale, come anche l’attenzione di tante persone che, pur non condividendo la nostra fede, guardano con rispetto e ammirazione alla Chiesa e alla Santa Sede. Da ogni angolo della terra si è innalzata fervida e corale la preghiera del Popolo cristiano per il nuovo Papa, e carico di emozione è stato il mio primo incontro con la folla assiepata in Piazza San Pietro. Con quella suggestiva immagine del popolo orante e gioioso ancora impressa nella mia mente, desidero manifestare la mia sincera riconoscenza ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai giovani, alle famiglie, agli anziani per la loro vicinanza spirituale, così toccante e fervorosa.

Sento il bisogno di esprimere la mia più viva e profonda gratitudine a tutti voi, venerati e cari Fratelli Cardinali, per la sollecita collaborazione alla conduzione della Chiesa durante la Sede Vacante. Rivolgo a ciascuno un cordiale saluto, ad iniziare dal Decano del Collegio Cardinalizio, il Signor Cardinale Angelo Sodano, che ringrazio per le espressioni di devozione e per i fervidi auguri che mi ha rivolto a nome vostro. Con lui ringrazio il Signor Cardinale Tarcisio Bertone, Camerlengo di Santa Romana Chiesa, per la sua premurosa opera in questa delicata fase di transizione, e anche al carissimo Cardinale Giovanni Battista Re, che ha fatto da nostro capo nel Conclave: grazie tante! Il mio pensiero va con particolare affetto ai venerati Cardinali che, a causa dell’età o della malattia, hanno assicurato la loro partecipazione e il loro amore alla Chiesa attraverso l’offerta della sofferenza e della preghiera. E vorrei dirvi che l’altro ieri il Cardinale Mejía ha avuto un infarto cardiaco: è ricoverato alla Pio XI. Ma si crede che la sua salute sia stabile, e ci ha mandato i suoi saluti.

Non può mancare il mio grazie anche a quanti, nelle diverse mansioni, si sono adoperati attivamente nella preparazione e nello svolgimento del Conclave, favorendo la sicurezza e la tranquillità dei Cardinali in questo periodo così importante per la vita della Chiesa.

Un pensiero colmo di grande affetto e di profonda gratitudine rivolgo al mio venerato Predecessore Benedetto XVI, che in questi anni di Pontificato ha arricchito e rinvigorito la Chiesa con il Suo magistero, la Sua bontà, la Sua guida, la Sua fede, la Sua umiltà e la Sua mitezza. Rimarranno un patrimonio spirituale per tutti! Il ministero petrino, vissuto con totale dedizione, ha avuto in Lui un interprete sapiente e umile, con lo sguardo sempre fisso a Cristo, Cristo risorto, presente e vivo nell’Eucaristia. Lo accompagneranno sempre la nostra fervida preghiera, il nostro incessante ricordo, la nostra imperitura e affettuosa riconoscenza. Sentiamo che Benedetto XVI ha acceso nel profondo dei nostri cuori una fiamma: essa continuerà ad ardere perché sarà alimentata dalla Sua preghiera, che sosterrà ancora la Chiesa nel suo cammino spirituale e missionario.

Cari Fratelli Cardinali, questo nostro incontro vuol’essere quasi un prolungamento dell’intensa comunione ecclesiale sperimentata in questo periodo. Animati da profondo senso di responsabilità e sorretti da un grande amore per Cristo e per la Chiesa, abbiamo pregato insieme, condividendo fraternamente i nostri sentimenti, le nostre esperienze e riflessioni. In questo clima di grande cordialità è così cresciuta la reciproca conoscenza e la mutua apertura; e questo è buono, perché noi siamo fratelli. Qualcuno mi diceva: i Cardinali sono i preti del Santo Padre. Quella comunità, quell’amicizia, quella vicinanza ci farà bene a tutti. E questa conoscenza e questa mutua apertura ci hanno facilitato la docilità all’azione dello Spirito Santo. Egli, il Paraclito, è il supremo protagonista di ogni iniziativa e manifestazione di fede. E’ curioso: a me fa pensare, questo. Il Paraclito fa tutte le differenze nelle Chiese, e sembra che sia un apostolo di Babele. Ma dall’altra parte, è Colui che fa l’unità di queste differenze, non nella “ugualità”, ma nell’armonia. Io ricordo quel Padre della Chiesa che lo definiva così: “Ipse harmonia est“. Il Paraclito che dà a ciascuno di noi carismi diversi, ci unisce in questa comunità di Chiesa, che adora il Padre, il Figlio e Lui, lo Spirito Santo.

Proprio partendo dall’autentico affetto collegiale che unisce il Collegio Cardinalizio, esprimo la mia volontà di servire il Vangelo con rinnovato amore, aiutando la Chiesa a diventare sempre più in Cristo e con Cristo, la vite feconda del Signore. Stimolati anche dalla celebrazione dell’Anno della fede, tutti insieme, Pastori e fedeli, ci sforzeremo di rispondere fedelmente alla missione di sempre: portare Gesù Cristo all’uomo e condurre l’uomo all’incontro con Gesù Cristo Via, Verità e Vita, realmente presente nella Chiesa e contemporaneo in ogni uomo. Tale incontro porta a diventare uomini nuovi nel mistero della Grazia, suscitando nell’animo quella gioia cristiana che costituisce il centuplo donato da Cristo a chi lo accoglie nella propria esistenza.

Come ci ha ricordato tante volte nei suoi insegnamenti e, da ultimo, con quel gesto coraggioso e umile, il Papa Benedetto XVI, è Cristo che guida la Chiesa per mezzo del suo Spirito. Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa con la sua forza vivificante e unificante: di molti fa un corpo solo, il Corpo mistico di Cristo. Non cediamo mai al pessimismo, a quell’amarezza che il diavolo ci offre ogni giorno; non cediamo al pessimismo e allo scoraggiamento: abbiamo la ferma certezza che lo Spirito Santo dona alla Chiesa, con il suo soffio possente, il coraggio di perseverare e anche di cercare nuovi metodi di evangelizzazione, per portare il Vangelo fino agli estremi confini della terra (cfr At 1,8). La verità cristiana è attraente e persuasiva perché risponde al bisogno profondo dell’esistenza umana, annunciando in maniera convincente che Cristo è l’unico Salvatore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Questo annuncio resta valido oggi come lo fu all’inizio del cristianesimo, quando si operò la prima grande espansione missionaria del Vangelo.

Cari Fratelli, forza! La metà di noi siamo in età avanzata: la vecchiaia è – mi piace dirlo così – la sede della sapienza della vita. I vecchi hanno la sapienza di avere camminato nella vita, come il vecchio Simeone, la vecchia Anna al Tempio. E proprio quella sapienza ha fatto loro riconoscere Gesù. Doniamo questa sapienza ai giovani: come il buon vino, che con gli anni diventa più buono, doniamo ai giovani la sapienza della vita. Mi viene in mente quello che un poeta tedesco diceva della vecchiaia: “Es ist ruhig, das Alter, und fromm”: è il tempo della tranquillità e della preghiera. E anche di dare ai giovani questa saggezza. Tornerete ora nelle rispettive sedi per continuare il vostro ministero, arricchiti dall’esperienza di questi giorni, così carichi di fede e di comunione ecclesiale. Tale esperienza unica e incomparabile, ci ha permesso di cogliere in profondità tutta la bellezza della realtà ecclesiale, che è un riverbero del fulgore di Cristo Risorto: un giorno guarderemo quel volto bellissimo del Cristo Risorto!

Alla potente intercessione di Maria, nostra Madre, Madre della Chiesa, affido il mio ministero e il vostro ministero. Sotto il suo sguardo materno, ciascuno di noi possa camminare lieto e docile alla voce del suo Figlio divino, rafforzando l’unità, perseverando concordemente nella preghiera e testimoniando la genuina fede nella presenza continua del Signore. Con questi sentimenti – sono veri! – con questi sentimenti, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica, che estendo ai vostri collaboratori e alle persone affidate alla vostra cura pastorale.


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UDIENZA AI RAPPRESENTANTI DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE SOCIALE , 16.03.2013

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Perché mi sono chiamato Francesco. Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!

Alle 11 del 16 marzo 2013, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, i Rappresentanti dei mezzi di comunicazione sociale presenti a Roma in occasione del Conclave e della Sua elezione al Soglio Pontificio.

Dopo l’indirizzo di omaggio dell’Arcivescovo Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, il Papa ha rivolto ai presenti il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari amici,

sono lieto, all’inizio del mio ministero nella Sede di Pietro, di incontrare voi, che avete lavorato qui a Roma in questo periodo così intenso, iniziato con il sorprendente annuncio del mio venerato Predecessore Benedetto XVI, l’11 febbraio scorso. Saluto cordialmente ciascuno di voi.

Il ruolo dei mass-media è andato sempre crescendo in questi ultimi tempi, tanto che esso è diventato indispensabile per narrare al mondo gli eventi della storia contemporanea. Un ringraziamento speciale rivolgo quindi a voi per il vostro qualificato servizio dei giorni scorsi – avete lavorato, eh! avete lavorato! –, in cui gli occhi del mondo cattolico e non solo si sono rivolti alla Città Eterna, in particolare a questo territorio che ha per “baricentro” la tomba di San Pietro. In queste settimane avete avuto modo di parlare della Santa Sede, della Chiesa, dei suoi riti e tradizioni, della sua fede e in particolare del ruolo del Papa e del suo ministero.

Un ringraziamento particolarmente sentito va a quanti hanno saputo osservare e presentare questi eventi della storia della Chiesa tenendo conto della prospettiva più giusta in cui devono essere letti, quella della fede. Gli avvenimenti della storia chiedono quasi sempre una lettura complessa, che a volte può anche comprendere la dimensione della fede. Gli eventi ecclesiali non sono certamente più complicati di quelli politici o economici! Essi però hanno una caratteristica di fondo particolare: rispondono a una logica che non è principalmente quella delle categorie, per così dire, mondane, e proprio per questo non è facile interpretarli e comunicarli ad un pubblico vasto e variegato. La Chiesa, infatti, pur essendo certamente anche un’istituzione umana, storica, con tutto quello che comporta, non ha una natura politica, ma essenzialmente spirituale: è il Popolo di Dio, il Santo Popolo di Dio, che cammina verso l’incontro con Gesù Cristo. Soltanto ponendosi in questa prospettiva si può rendere pienamente ragione di quanto la Chiesa Cattolica opera.

Cristo è il Pastore della Chiesa, ma la sua presenza nella storia passa attraverso la libertà degli uomini: tra di essi uno viene scelto per servire come suo Vicario, Successore dell’Apostolo Pietro, ma Cristo è il centro, non il Successore di Pietro: Cristo. Cristo è il centro. Cristo è il riferimento fondamentale, il cuore della Chiesa. Senza di Lui, Pietro e la Chiesa non esisterebbero né avrebbero ragion d’essere. Come ha ripetuto più volte Benedetto XVI, Cristo è presente e guida la sua Chiesa. In tutto quanto è accaduto il protagonista è, in ultima analisi, lo Spirito Santo. Egli ha ispirato la decisione di Benedetto XVI per il bene della Chiesa; Egli ha indirizzato nella preghiera e nell’elezione i Cardinali.

E’ importante, cari amici, tenere in debito conto questo orizzonte interpretativo, questa ermeneutica, per mettere a fuoco il cuore degli eventi di questi giorni.

Da qui nasce anzitutto un rinnovato e sincero ringraziamento per le fatiche di questi giorni particolarmente impegnativi, ma anche un invito a cercare di conoscere sempre di più la vera natura della Chiesa e anche il suo cammino nel mondo, con le sue virtù e con i suoi peccati, e conoscere le motivazioni spirituali che la guidano e che sono le più autentiche per comprenderla. Siate certi che la Chiesa, da parte sua, riserva una grande attenzione alla vostra preziosa opera; voi avete la capacità di raccogliere ed esprimere le attese e le esigenze del nostro tempo, di offrire gli elementi per una lettura della realtà. Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, come tante altre professioni, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini, perché la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”. Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che conformano verità, bontà e bellezza.

Alcuni non sapevano perché il Vescovo di Roma ha voluto chiamarsi Francesco. Alcuni pensavano a Francesco Saverio, a Francesco di Sales, anche a Francesco d’Assisi. Io vi racconterò la storia. Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. E’ per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? E’ l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero … Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri! Dopo, alcuni hanno fatto diverse battute. “Ma, tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare …”. E un altro mi ha detto: “No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente”. “Ma perché?”. “Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!”. Sono battute …

Vi voglio tanto bene, vi ringrazio per tutto quello che avete fatto. E penso al vostro lavoro: vi auguro di lavorare con serenità e con frutto, e di conoscere sempre meglio il Vangelo di Gesù Cristo e la realtà della Chiesa. Vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria, Stella dell’evangelizzazione. E auguro il meglio a voi e alle vostre famiglie, a ciascuna delle vostre famiglie. E imparto di cuore a tutti voi la benedizione. Grazie.

Les dije que les daba de corazón la bendición. Como muchos de ustedes no pertenece a la Iglesia católica, otros no son creyentes, de corazón doy esta bendición en silencio, a cada uno de ustedes, respetando la conciencia de cada uno, pero sabiendo que cada uno de ustedes es hijo de Dios. Que Dios los bendiga!

[Vi avevo detto che vi avrei dato di cuore la mia benedizione. Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa cattolica, altri non sono credenti, imparto di cuore questa benedizione, in silenzio, a ciascuno di voi, rispettando la coscienza di ciascuno, ma sapendo che ciascuno di voi è figlio di Dio. Che Dio vi benedica.]

 

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IL PRIMO ANGELUS. 17 MARZO 2013

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IL TESTO

Fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo il primo incontro di mercoledì scorso, oggi posso rivolgere di nuovo il mio saluto a tutti! E sono felice di farlo di domenica, nel giorno del Signore! Questo è bello è importante per noi cristiani: incontrarci di domenica, salutarci, parlarci come ora qui, nella piazza. Una piazza che, grazie ai media, ha le dimensioni del mondo.

In questa quinta domenica di Quaresima, il Vangelo ci presenta l’episodio della donna adultera (cfr Gv 8,1-11), che Gesù salva dalla condanna a morte. Colpisce l’atteggiamento di Gesù: non sentiamo parole di disprezzo, non sentiamo parole di condanna, ma soltanto parole di amore, di misericordia, che invitano alla conversione. “Neanche io ti condanno: va e d’ora in poi non peccare più!” (v. 11). Eh!, fratelli e sorelle, il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito. “Grande è la misericordia del Signore”, dice il Salmo.

In questi giorni, ho potuto leggere un libro di un Cardinale – il Cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene … Il Cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. E’ il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza … Ricordiamo il profeta Isaia, che afferma che anche se i nostri peccati fossero rossi scarlatti, l’amore di Dio li renderà bianchi come la neve. E’ bello, quello della misericordia! Ricordo, appena Vescovo, nell’anno 1992, è arrivata a Buenos Aires la Madonna di Fatima e si è fatta una grande Messa per gli ammalati. Io sono andato a confessare, a quella Messa. E quasi alla fine della Messa mi sono alzato, perché dovevo amministrare una cresima. E’ venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne. Io l’ho guardata e le ho detto: “Nonna – perché da noi si dice così agli anziani: nonna – lei vuole confessarsi?”. “Sì”, mi ha detto. “Ma se lei non ha peccato …”. E lei mi ha detto: “Tutti abbiamo peccati …”. “Ma forse il Signore non li perdona …”. “Il Signore perdona tutto”, mi ha detto: sicura. “Ma come lo sa, lei, signora?”. “Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. Io ho sentito una voglia di domandarle: “Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana?”, perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore verso la misericordia di Dio. Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai! “Eh, padre, qual è il problema?”. Eh, il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono. Non ci stanchiamo mai, non ci stanchiamo mai! Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti. Invochiamo l’intercessione della Madonna che ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta uomo.

Adesso tutti insieme preghiamo l’Angelus:

[preghiera dell’Angelus]

Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini. Grazie della vostra accoglienza e delle vostre preghiere. Pregate per me, ve lo chiedo. Rinnovo il mio abbraccio ai fedeli di Roma e lo estendo a tutti voi, e lo estendo a tutti voi, che venite da varie parti dell’Italia e del mondo, come pure a quanti sono uniti a noi attraverso i mezzi di comunicazione. Ho scelto il nome del Patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi, e ciò rafforza il mio legame spirituale con questa terra, dove – come sapete – sono le origini della mia famiglia. Ma Gesù ci ha chiamati a far parte di una nuova famiglia: la sua Chiesa, in questa famiglia di Dio, camminando insieme sulla via del Vangelo. Che il Signore vi benedica, che la Madonna vi custodisca. Non dimenticate questo: il Signore mai si stanca di perdonare! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere il perdono.

Buona domenica e buon pranzo!

 

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OMELIA PER LA MESSA DI INIZIO DEL PONTIFICATO – 19 MARZO 2013

«Non dobbiamo aver paura della bontà»

VIDEO

 

IL TESTO

Cari fratelli e sorelle!

Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale: è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.

Con affetto saluto i Fratelli Cardinali e Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Capi di Stato e di Governo, alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al Corpo Diplomatico.

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1).

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l’amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui, cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.

Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per “custodire” dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!

E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, chi è straniero, nudo, malato, in carcere (cfr Mt 25,31-46). Solo chi serve con amore sa custodire!

Nella seconda Lettura, san Paolo parla di Abramo, il quale«credette, saldo nella speranza contro ogni speranza»(Rm 4,18). Saldo nella speranza, contro ogni speranza! Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi la speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.

Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza: Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato!

Chiedo l’intercessione della Vergine Maria, di san Giuseppe, dei santi Pietro e Paolo, di san Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero, e a voi tutti dico: pregate per me!

Amen.

Papa Francesco

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UDIENZA AI RAPPRESENTANTI DELLE CHIESE E DELLE COMUNITÀ ECCLESIALI, E DI ALTRE RELIGIONI

Alle ore 12.30 di mercoledì, 20 marzo 2013, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Delegati Fraterni di Chiese, Comunità Ecclesiali e Organismi Ecumenici Internazionali, Rappresentanti del popolo ebraico e di Religioni non Cristiane, convenuti a Roma per la celebrazione di inizio ufficiale del Suo ministero di Vescovo di Roma e successore dell’Apostolo Pietro. Nel corso dell’incontro, dopo il saluto rivoltogli da Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Papa Francesco ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE Cari fratelli e sorelle, prima di tutto ringrazio di cuore quello che il mio Fratello Andrea ci ha detto. Grazie tante! Grazie tante! È motivo di particolare gioia incontrarmi oggi con voi, Delegati delle Chiese Ortodosse, delle Chiese Ortodosse Orientali e delle Comunità ecclesiali di Occidente. Vi ringrazio per avere voluto prendere parte alla celebrazione che ha segnato l’inizio del mio ministero di Vescovo di Roma e Successore di Pietro.Ieri mattina, durante la Santa Messa, attraverso le vostre persone ho riconosciuto spiritualmente presenti le comunità che rappresentate. In questa manifestazione di fede mi è parso così di vivere in maniera ancor più pressante la preghiera per l’unità tra i credenti in Cristo e insieme di vederne in qualche modo prefigurata quella piena realizzazione, che dipende dal piano di Dio e dalla nostra leale collaborazione. Inizio il mio ministero apostolico durante quest’anno che il mio venerato predecessore, Benedetto XVI, con intuizione veramente ispirata, ha proclamato per la Chiesa cattolica Anno della fede.

Con questa iniziativa, che desidero continuare e spero sia di stimolo per il cammino di fede di tutti, egli ha voluto segnare il 50° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, proponendo una sorta di pellegrinaggio verso ciò che per ogni cristiano rappresenta l’essenziale: il rapporto personale e trasformante con Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza. Proprio nel desiderio di annunciare questo tesoro perennemente valido della fede agli uomini del nostro tempo, risiede il cuore del messaggio conciliare. Insieme con voi non posso dimenticare quanto quel Concilio abbia significato per il cammino ecumenico.

Mi piace ricordare le parole che il beato Giovanni XXIII, di cui ricorderemo tra breve il 50° della scomparsa, pronunciò nel memorabile discorso di inaugurazione: «La Chiesa Cattolica ritiene suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il grande mistero di quell’unità che Cristo Gesù con ardentissime preghiere ha chiesto al Padre Celeste nell’imminenza del suo sacrificio; essa gode di pace soavissima, sapendo di essere intimamente unita a Cristo in quelle preghiere» (AAS 54 [1962], 793). Questo Papa Giovanni. Sì, cari fratelli e sorelle in Cristo, sentiamoci tutti intimamente uniti alla preghiera del nostro Salvatore nell’Ultima Cena, alla sua invocazione: ut unum sint. Chiediamo al Padre misericordioso di vivere in pienezza quella fede che abbiamo ricevuto in dono nel giorno del nostro Battesimo, e di poterne dare testimonianza libera, gioiosa e coraggiosa.

Sarà questo il nostro migliore servizio alla causa dell’unità tra i cristiani, un servizio di speranza per un mondo ancora segnato da divisioni, da contrasti e da rivalità. Più saremo fedeli alla sua volontà, nei pensieri, nelle parole e nelle opere, e più cammineremo realmente e sostanzialmente verso l’unità. Da parte mia, desidero assicurare, sulla scia dei miei Predecessori, la ferma volontà di proseguire nel cammino del dialogo ecumenico e ringrazio sin d’ora il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, per l’aiuto che continuerà ad offrire, in mio nome, per questa nobilissima causa. Vi chiedo, cari fratelli e sorelle, di portare il mio cordiale saluto e l’assicurazione del mio ricordo nel Signore Gesù alle Chiese e Comunità cristiane che qui rappresentate, e domando a voi la carità di una speciale preghiera per la mia persona, affinché possa essere un Pastore secondo il cuore di Cristo.

Ed ora mi rivolgo a voi distinti rappresentanti del popolo ebraico, al quale ci lega uno specialissimo vincolo spirituale, dal momento che, come afferma il Concilio Vaticano II, «la Chiesa di Cristo riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè, e nei profeti» (Decr. Nostra aetate, 4). Vi ringrazio della vostra presenza e confido che, con l’aiuto dell’Altissimo, potremo proseguire proficuamente quel fraterno dialogo che il Concilio auspicava (cfr ibid.) e che si è effettivamente realizzato, portando non pochi frutti, specialmente nel corso degli ultimi decenni. Saluto poi e ringrazio cordialmente tutti voi, cari amici appartenenti ad altre tradizioni religiose; innanzitutto i Musulmani, che adorano Dio unico, vivente e misericordioso, e lo invocano nella preghiera, e voi tutti. Apprezzo molto la vostra presenza: in essa vedo un segno tangibile della volontà di crescere nella stima reciproca e nella cooperazione per il bene comune dell’umanità.

La Chiesa cattolica è consapevole dell’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose – questo voglio ripeterlo: promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose – lo attesta anche il prezioso lavoro che svolge il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Essa è ugualmente consapevole della responsabilità che tutti portiamo verso questo nostro mondo, verso l’intero creato, che dobbiamo amare e custodire. E noi possiamo fare molto per il bene di chi è più povero, di chi è debole e di chi soffre, per favorire la giustizia, per promuovere la riconciliazione, per costruire la pace. Ma, soprattutto, dobbiamo tenere viva nel mondo la sete dell’assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione, secondo cui l’uomo si riduce a ciò che produce e a ciò che consuma: è questa una delle insidie più pericolose per il nostro tempo.

Sappiamo quanta violenza abbia prodotto nella storia recente il tentativo di eliminare Dio e il divino dall’orizzonte dell’umanità, e avvertiamo il valore di testimoniare nelle nostre società l’originaria apertura alla trascendenza che è insita nel cuore dell’uomo. In ciò, sentiamo vicini anche tutti quegli uomini e donne che, pur non riconoscendosi appartenenti ad alcuna tradizione religiosa, si sentono tuttavia in ricerca della verità, della bontà e della bellezza, questa verità, bontà e bellezza di Dio, e che sono nostri preziosi alleati nell’impegno a difesa della dignità dell’uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica fra i popoli e nel custodire con cura il creato. Cari amici, grazie ancora per la vostra presenza. A tutti vada il mio cordiale e fraterno saluto

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“Lavorare per edificare ponti”

Discorso del Papa al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede

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Eccellenze,
Signore e Signori,

Ringrazio di cuore il vostro Decano, Ambasciatore Jean-Claude Michel, per le belle parole che mi ha rivolto a nome di tutti e con gioia vi accolgo per questo scambio di saluti, semplice ma nello stesso tempo intenso, che vuole essere idealmente l’abbraccio del Papa al mondo. Attraverso di voi, infatti, incontro i vostri popoli, e così posso, in un certo senso, raggiungere ciascuno dei vostri concittadini, con le sue gioie, i suoi drammi, le sue attese, i suoi desideri.

La vostra numerosa presenza è anche un segno che le relazioni che i vostri Paesi intrattengono con la Santa Sede sono proficue, sono davvero un’occasione di bene per l’umanità. È questo, infatti, che sta a cuore alla Santa Sede: il bene di ogni uomo su questa terra! Ed è proprio con questo intendimento che il Vescovo di Roma inizia il suo ministero, sapendo di poter contare sull’amicizia e sull’affetto dei Paesi che voi rappresentate, e nella certezza che condividete tale proposito. Allo stesso tempo, spero sia anche l’occasione per intraprendere un cammino con quei pochi Paesi che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede, alcuni dei quali – li ringrazio di cuore – hanno voluto essere presenti alla Messa per l’inizio del mio ministero, o hanno inviato messaggi come gesto di vicinanza.

Come sapete, ci sono vari motivi per cui ho scelto il mio nome pensando a Francesco di Assisi, una personalità che è ben nota al di là dei confini dell’Italia e dell’Europa e anche tra coloro che non professano la fede cattolica. Uno dei primi è l’amore che Francesco aveva per i poveri. Quanti poveri ci sono ancora nel mondo! E quanta sofferenza incontrano queste persone! Sull’esempio di Francesco d’Assisi, la Chiesa ha sempre cercato di avere cura, di custodire, in ogni angolo della Terra, chi soffre per l’indigenza e penso che in molti dei vostri Paesi possiate constatare la generosa opera di quei cristiani che si adoperano per aiutare i malati, gli orfani, i senzatetto e tutti coloro che sono emarginati, e che così lavorano per edificare società più umane e più giuste.

Ma c’è anche un’altra povertà! È la povertà spirituale dei nostri giorni, che riguarda gravemente anche i Paesi considerati più ricchi. È quanto il mio Predecessore, il caro e venerato Benedetto XVI, chiama la “dittatura del relativismo”, che lascia ognuno come misura di se stesso e mette in pericolo la convivenza tra gli uomini. E così giungo ad una seconda ragione del mio nome. Francesco d’Assisi ci dice: lavorate per edificare la pace! Ma non vi è vera pace senza verità! Non vi può essere pace vera se ciascuno è la misura di se stesso, se ciascuno può rivendicare sempre e solo il proprio diritto, senza curarsi allo stesso tempo del bene degli altri, di tutti, a partire dalla natura che accomuna ogni essere umano su questa terra.

Uno dei titoli del Vescovo di Roma è Pontefice, cioè colui che costruisce ponti, con Dio e tra gli uomini. Desidero proprio che il dialogo tra noi aiuti a costruire ponti fra tutti gli uomini, così che ognuno possa trovare nell’altro non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere ed abbracciare! Le mie stesse origini poi mi spingono a lavorare per edificare ponti. Infatti, come sapete la mia famiglia è di origini italiane; e così in me è sempre vivo questo dialogo tra luoghi e culture fra loro distanti, tra un capo del mondo e l’altro, oggi sempre più vicini, interdipendenti, bisognosi di incontrarsi e di creare spazi reali di autentica fraternità.

In quest’opera è fondamentale anche il ruolo della religione. Non si possono, infatti, costruire ponti tra gli uomini, dimenticando Dio. Ma vale anche il contrario: non si possono vivere legami veri con Dio, ignorando gli altri. Per questo è importante intensificare il dialogo fra le varie religioni, penso anzitutto a quello con l’Islam, e ho molto apprezzato la presenza, durante la Messa d’inizio del mio ministero, di tante Autorità civili e religiose del mondo islamico. Ed è pure importante intensificare il confronto con i non credenti, affinché non prevalgano mai le differenze che separano e feriscono, ma, pur nella diversità, vinca il desiderio di costruire legami veri di amicizia tra tutti i popoli.

Lottare contro la povertà sia materiale, sia spirituale; edificare la pace e costruire ponti. Sono come i punti di riferimento di un cammino al quale desidero invitare a prendere parte ciascuno dei Paesi che rappresentate. Un cammino difficile però, se non impariamo sempre più ad amare questa nostra Terra. Anche in questo caso mi è di aiuto pensare al nome di Francesco, che insegna un profondo rispetto per tutto il creato, il custodire questo nostro ambiente, che troppo spesso non usiamo per il bene, ma sfruttiamo avidamente a danno l’uno dell’altro.

Cari Ambasciatori,
Signore e Signori,

grazie ancora per tutto il lavoro che svolgete, insieme alla Segreteria di Stato, per costruire la pace ed edificare ponti di amicizia e di fraternità. Attraverso di voi, desidero rinnovare ai vostri Governi il mio grazie per la loro partecipazione alle celebrazioni in occasione della mia elezione, con l’auspicio di un fruttuoso lavoro comune. Il Signore Onnipotente ricolmi dei suoi doni ciascuno di voi, le vostre famiglie e i popoli che rappresentate. Grazie!

 

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Omelia della domenica delle Palme

«Giovani, non lasciatevi rubare la speranza 

che ci dà Gesù»

Pope: Palm Sunday Mass

 1. Gesù entra in Gerusalemme. La folla dei discepoli lo accompagna in festa, i mantelli sono stesi davanti a Lui, si parla di prodigi che ha compiuto, un grido di lode si leva: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli» (Lc 19,38).

Folla, festa, lode, benedizione, pace: è un clima di gioia quello che si respira. Gesù ha risvegliato nel cuore tante speranze soprattutto tra la gente umile, semplice, povera, dimenticata, quella che non conta agli occhi del mondo. Lui ha saputo comprendere le miserie umane, ha mostrato il volto di misericordia di Dio e si è chinato per guarire il corpo e l’anima.

Questo è Gesù. Questo è il suo cuore che guarda tutti noi, che guarda le nostre malattie, i nostri peccati. E’ grande l’amore di Gesù. E così entra in Gerusalemme con questo amore, e guarda tutti noi. E’ una scena bella: piena di luce – la luce dell’amore di Gesù, quello del suo cuore – di gioia, di festa.

All’inizio della Messa l’abbiamo ripetuta anche noi. Abbiamo agitato le nostre palme. Anche noi abbiamo accolto Gesù; anche noi abbiamo espresso la gioia di accompagnarlo, di saperlo vicino, presente in noi e in mezzo a noi, come un amico, come un fratello, anche come re, cioè come faro luminoso della nostra vita. Gesù è Dio, ma si è abbassato a camminare con noi. E’ il nostro amico, il nostro fratello. Qui ci illumina nel cammino. E così oggi lo abbiamo accolto. E questa è la prima parola che vorrei dirvi: gioia! Non siate mai uomini e donne tristi: un cristiano non può mai esserlo! Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento! La nostra non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù, che è in mezzo a noi; nasce dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili, e ce ne sono tanti! E in questo momento viene il nemico, viene il diavolo, mascherato da angelo tante volte, e insidiosamente ci dice la sua parola. Non ascoltatelo! Seguiamo Gesù! Noi accompagniamo, seguiamo Gesù, ma soprattutto sappiamo che Lui ci accompagna e ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo nostro mondo. E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciate rubare la speranza! Quella che ci dà Gesù.

2. Seconda parola. Perché Gesù entra in Gerusalemme, o forse meglio: come entra Gesù in Gerusalemme? La folla lo acclama come Re. E Lui non si oppone, non la fa tacere (cfr Lc 19,39-40). Ma che tipo di Re è Gesù? Guardiamolo: cavalca un puledro, non ha una corte che lo segue, non è circondato da un esercito simbolo di forza. Chi lo accoglie è gente umile, semplice, che ha il senso di guardare in Gesù qualcosa di più; ha quel senso della fede, che dice: Questo è il Salvatore. Gesù non entra nella Città Santa per ricevere gli onori riservati ai re terreni, a chi ha potere, a chi domina; entra per essere flagellato, insultato e oltraggiato, come preannuncia Isaia nella Prima Lettura (cfr Is 50,6); entra per ricevere una corona di spine, un bastone, un mantello di porpora, la sua regalità sarà oggetto di derisione; entra per salire il Calvario carico di un legno. E allora ecco la seconda parola: Croce. Gesù entra a Gerusalemme per morire sulla Croce. Ed è proprio qui che splende il suo essere Re secondo Dio: il suo trono regale è il legno della Croce! Penso a quello che Benedetto XVI diceva ai Cardinali: Voi siete principi, ma di un Re crocifisso. Quello è il trono di Gesù. Gesù prende su di sé… Perché la Croce? Perché Gesù prende su di sé il male, la sporcizia, il peccato del mondo, anche il nostro peccato, di tutti noi, e lo lava, lo lava con il suo sangue, con la misericordia, con l’amore di Dio. Guardiamoci intorno: quante ferite il male infligge all’umanità! Guerre, violenze, conflitti economici che colpiscono chi è più debole, sete di denaro, che poi nessuno può portare con sé, deve lasciarlo. Mia nonna diceva a noi bambini: il sudario non ha tasche. Amore al denaro, potere, corruzione, divisioni, crimini contro la vita umana e contro il creato! E anche – ciascuno di noi lo sa e lo conosce – i nostri peccati personali: le mancanze di amore e di rispetto verso Dio, verso il prossimo e verso l’intera creazione. E Gesù sulla croce sente tutto il peso del male e con la forza dell’amore di Dio lo vince, lo sconfigge nella sua risurrezione. Questo è il bene che Gesù fa a tutti noi sul trono della Croce. La croce di Cristo abbracciata con amore mai porta alla tristezza, ma alla gioia, alla gioia di essere salvati e di fare un pochettino quello che ha fatto Lui quel giorno della sua morte.

3. Oggi in questa Piazza ci sono tanti giovani: da 28 anni la Domenica delle Palme è la Giornata della Gioventù! Ecco la terza parola: giovani! Cari giovani, vi ho visto nella processione, quando entravate; vi immagino a fare festa intorno a Gesù, agitando i rami d’ulivo; vi immagino mentre gridate il suo nome ed esprimete la vostra gioia di essere con Lui! Voi avete una parte importante nella festa della fede! Voi ci portate la gioia della fede e ci dite che dobbiamo vivere la fede con un cuore giovane, sempre: un cuore giovane, anche a settanta, ottant’anni! Cuore giovane! Con Cristo il cuore non invecchia mai! Però tutti noi lo sappiamo e voi lo sapete bene che il Re che seguiamo e che ci accompagna è molto speciale: è un Re che ama fino alla croce e che ci insegna a servire, ad amare. E voi non avete vergogna della sua Croce! Anzi, la abbracciate, perché avete capito che è nel dono di sé, nel dono di sé, nell’uscire da se stessi, che si ha la vera gioia e che con l’amore di Dio Lui ha vinto il male. Voi portate la Croce pellegrina attraverso tutti i continenti, per le strade del mondo! La portate rispondendo all’invito di Gesù «Andate e fate discepoli tutti i popoli» (cfr Mt 28,19), che è il tema della Giornata della Gioventù di quest’anno. La portate per dire a tutti che sulla croce Gesù ha abbattuto il muro dell’inimicizia, che separa gli uomini e i popoli, e ha portato la riconciliazione e la pace. Cari amici, anch’io mi metto in cammino con voi, da oggi, sulle orme del beato Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ormai siamo vicini alla prossima tappa di questo grande pellegrinaggio della Croce. Guardo con gioia al prossimo luglio, a Rio de Janeiro! Vi do appuntamento in quella grande città del Brasile! Preparatevi bene, soprattutto spiritualmente nelle vostre comunità, perché quell’Incontro sia un segno di fede per il mondo intero. I giovani devono dire al mondo: è buono seguire Gesù; è buono andare con Gesù; è buono il messaggio di Gesù; è buono uscire da se stessi, alle periferie del mondo e dell’esistenza per portare Gesù! Tre parole: gioia, croce, giovani.

Chiediamo l’intercessione della Vergine Maria. Lei ci insegna la gioia dell’incontro con Cristo, l’amore con cui lo dobbiamo guardare sotto la croce, l’entusiasmo del cuore giovane con cui lo dobbiamo seguire in questa Settimana Santa e in tutta la nostra vita. Così sia.

 

Papa Francesco
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Omelia Messa Crismale 28 marzo 2013

 

«Bisogna uscire a sperimentare la nostra
unzione, la sua efficacia redentrice»​

 

Cari fratelli e sorelle,
con gioia celebro la prima Messa Crismale come Vescovo di Roma. Vi saluto tutti con affetto, in particolare voi, cari sacerdoti, che oggi, come me, ricordate il giorno dell’Ordinazione.

Le Letture ci parlano degli “Unti”: il Servo di Javhè di Isaia, il re Davide e Gesù nostro Signore. I tre hanno in comune che l’unzione che ricevono è destinata a ungere il popolo fedele di Dio di cui sono servitori; la loro unzione è per i poveri, per i prigionieri, per gli oppressi… Un’immagine molto bella di questo “essere per” del santo crisma è quella del Salmo: «È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste» (Sal 133,2). L’immagine dell’olio che si sparge, che scende dalla barba di Aronne fino all’orlo delle sue vesti sacre, è immagine dell’unzione sacerdotale che per mezzo dell’Unto giunge fino ai confini dell’universo rappresentato nelle vesti.

Le vesti sacre del Sommo Sacerdote sono ricche di simbolismi; uno di essi è quello dei nomi dei figli di Israele impressi sopra le pietre di onice che adornavano le spalle dell’efod dal quale proviene la nostra attuale casula: sei sopra la pietra della spalla destra e sei sopra quella della spalla sinistra (cfr Es 28, 6-14). Anche nel pettorale erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele (cfr Es 28,21). Ciò significa che il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri.

Dalla bellezza di quanto è liturgico, che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato, passiamo a guardare all’azione. L’olio prezioso che unge il capo di Aronne non si limita a profumare la sua persona, ma si sparge e raggiunge “le periferie”. Il Signore lo dirà chiaramente: la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli. L’unzione non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un’ampolla, perché l’olio diventerebbe rancido … e il cuore amaro.

Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede. La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore: “preghi per me, padre, perché ho questo problema”, “mi benedica”, “preghi per me”, sono il segno che l’unzione è arrivata all’orlo del mantello, perché viene trasformata in supplica. Quando siamo in questa relazione con Dio e con il suo Popolo e la grazia passa attraverso di noi, allora siamo sacerdoti, mediatori tra Dio e gli uomini. Ciò che intendo sottolineare è che dobbiamo ravvivare sempre la grazia e intuire in ogni richiesta, a volte inopportuna, a volte puramente materiale o addirittura banale – ma lo è solo apparentemente – il desiderio della nostra gente di essere unta con l’olio profumato, perché sa che noi lo abbiamo. Intuire e sentire, come sentì il Signore l’angoscia piena di speranza dell’emorroissa quando toccò il lembo del suo mantello. Questo momento di Gesù, in mezzo alla gente che lo circondava da tutti i lati, incarna tutta la bellezza di Aronne rivestito sacerdotalmente e con l’olio che scende sulle sue vesti. È una bellezza nascosta che risplende solo per quegli occhi pieni di fede della donna che soffriva perdite di sangue. Gli stessi discepoli – futuri sacerdoti – tuttavia non riescono a vedere, non comprendono: nella “periferia esistenziale” vedono solo la superficialità della moltitudine che si stringe da tutti i lati fino a soffocare Gesù (cfr Lc 8,42). Il Signore, al contrario, sente la forza dell’unzione divina che arriva ai bordi del suo mantello.

Così bisogna uscire a sperimentare la nostra unzione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni. Non è precisamente nelle autoesperienze o nelle introspezioni reiterate che incontriamo il Signore: i corsi di autoaiuto nella vita possono essere utili, però vivere passando da un corso all’altro, di metodo in metodo, porta a diventare pelagiani, a minimizzare il potere della grazia, che si attiva e cresce nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il Vangelo agli altri, a dare la poca unzione che abbiamo a coloro che non hanno niente di niente.

Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco – non dico “niente” perché la nostra gente ci ruba l’unzione, grazie a Dio – si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini. È vero che la cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma ad una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti. È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione – e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù.

Cari fedeli, siate vicini ai vostri sacerdoti con l’affetto e con la preghiera perché siano sempre Pastori secondo il cuore di Dio.

Cari sacerdoti, Dio Padre rinnovi in noi lo Spirito di Santità con cui siamo stati unti, lo rinnovi nel nostro cuore in modo tale che l’unzione giunga a tutti, anche alle “periferie”, là dove il nostro popolo fedele più lo attende ed apprezza. La nostra gente ci senta discepoli del Signore, senta che siamo rivestiti dei loro nomi, che non cerchiamo altra identità; e possa ricevere attraverso le nostre parole e opere quest’olio di gioia che ci è venuto a portare Gesù, l’Unto. Così sia.

 

 

* * *

 

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIADEL SANTO PADRE FRANCESCO

Istituto Penale per Minori di “Casal del Marmo” in Roma
Giovedì Santo, 28 marzo 2013
 

Questo è commovente. Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli. Pietro non capiva nulla, rifiutava. Ma Gesù gli ha spiegato. Gesù – Dio – ha fatto questo! E Lui stesso spiega ai discepoli: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto io» (Gv 13,12-15). E’ l’esempio del Signore: Lui è il più importante e lava i piedi, perché fra noi quello che è il più alto deve essere al servizio degli altri. E questo è un simbolo, è un segno, no? Lavare i piedi è: “io sono al tuo servizio”. E anche noi, fra noi, non è che dobbiamo lavare i piedi tutti i giorni l’uno all’altro, ma che cosa significa questo? Che dobbiamo aiutarci, l’un l’altro. A volte mi sono arrabbiato con uno, con un’altra … ma… lascia perdere, lascia perdere, e se ti chiede un favore, fatelo. Aiutarci l’un l’altro: questo Gesù ci insegna e questo è quello che io faccio, e lo faccio di cuore, perché è mio dovere. Come prete e come vescovo devo essere al vostro servizio. Ma è un dovere che mi viene dal cuore: lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato. Ma anche voi, aiutateci: aiutateci sempre. L’un l’altro. E così, aiutandoci, ci faremo del bene. Adesso faremo questa cerimonia di lavarci i piedi e pensiamo, ciascuno di noi pensi: “Io davvero sono disposta, sono disposto a servire, ad aiutare l’altro?”. Pensiamo questo, soltanto. E pensiamo che questo segno è una carezza di Gesù, che fa Gesù, perché Gesù è venuto proprio per questo: per servire, per aiutarci.

Benedetto XVI. I video dello storico, inatteso e umile gesto di rinuncia al pontificato

(Se i video non caricano o visualizzate un video diverso, ricaricate la pagina)

 

Ascolta il discorso integrale del pontefice in latino. Clicca qui:

 

Testo del discorso in italiano:

“Carissimi Fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio”. (Benedetto XVI, 11 feb 2013)

 

L’ultimo saluto del pontificato all’Angelus di domenica 24 febbraio 2013

 

 

L’ultima udienza del pontificato in Piazza San Pietro il 27 febbraio 2013

 

 

Benedetto XVI lascia per l’ultima volta il Vaticano da pontefice

 

 

Ultimo saluto da pontefice di Benedetto XVI a Castel Gandolfo

 

 

Chiusura del Portone di Castel Gandolfo e fine del pontificato

 

 

Chiusura del Portone di Castel Gandolfo e fine del pontificato (dall’esterno)

E. Bianchi sul Card. Martini. Considerazioni sulla cattiveria dentro gli ambienti della Chiesa.

La cattiveria contro Martini di tanti che si dicono cattolici

di Enzo Bianchi – “Jesus” 9 ottobre 2012

“Apocalisse” non significa quello che si intende nel linguaggio corrente, bensì l’operazione con cui

si toglie il velo, viene rivelato qualcosa che era nascosto, si comprende con evidenza ciò che  prima

non era possibile vedere. Sovente nella vita cristiana ci sono “apocalissi”, sia a livello ecclesiale che

a livello personale. Ora, la morte del card. Carlo M. Martini è stata un’apocalisse su di lui e sulla

chiesa italiana nelle sue varie componenti. È stato infatti estremamente significativo che la sua

sepoltura sia avvenuta il giorno della festa liturgica di san Gregorio Magno, il vescovo di Roma che

ci ha lasciato un modello esemplare del servizio di comunione nella chiesa quale “servo dei servi di

Dio”.

Carlo M. Martini amava molto questo padre della chiesa che esercitò il ministero in un momento

buio della storia dell’occidente, conservando uno spirito pieno di speranza nella storia guidata dal

Signore dell’universo anche quando la crisi di un mondo, quello romano, era ormai grave. Gregorio

è stato il vescovo che ha continuato a essere assiduo alla lettura orante della parola di Dio: “la

Scrittura cresce con chi la legge” fu l’esperienza che trasmise ai suoi fratelli e, munito di tale luce,

non si spaventò né di fronte ai barbari né di fronte alla vastità della missione che si apriva nei loro

confronti e nelle loro terre lontane. La “Regola pastorale” scritta da Gregorio è stato il primo libro

meditato da Martini dopo la sua inattesa elezione a vescovo, da quel testo trasse il suo motto

episcopale – “Propter veritatem adversa diligere” – e a quella Regola Martini tornava sovente per

trarre illuminazione e ispirazione nel suo ministero.

Apocalisse, dicevamo, per la coincidenza beata della memoria del padre della chiesa, quasi un

sigillo sulla vita di Martini, una “rivelazione” di quello che rappresentava per la chiesa, per quel

popolo che ha sentito il bisogno spontaneo di sfilare di fronte alle sue spoglie e di volerlo vedere e

abbracciare mentre si celebrava il suo funerale, il suo esodo da questo mondo al Padre. Benedetto

XVI ha scritto su Martini le parole più vere e discrete: è stato “un uomo di Dio”. Non c’è onore e

qualificazione più grande nella vita cristiana! Uomo di Dio perché totalmente affidato, offerto a Dio

e alla sua signoria, unica forza capace di determinarlo nei suoi pensieri, nei suoi sentimenti, nelle

sue azioni. Come ogni uomo, anche Martini ha certamente opposto le sue resistenze alla volontà di

Dio ma, per quel che la chiesa ha visto, egli ha cercato di essere sempre e solo al suo servizio e a

quello di nessun altro, senza mai cercare tattiche o strategie né ecclesiali né ecclesiastiche. Lo

possiamo dire: nel suo servizio pastorale il cardinal Martini non cercò facili consensi e non fece

battaglie contro nessuno; nell’ora del conclave, da cristiano innanzitutto e con la determinazione del

gesuita che non ambisce cariche, non ha praticato strategie né prima né durante l’iter per l’elezione

del papa, nella fiducia che lo Spirito santo può influenzare più di qualsiasi strategia i cardinali

elettori quando questi non pongono resistenza al suo agire. Martini è stato così: evangelico perché

mai impegnato in calcoli o macchinazioni di astuzia ecclesiastica e politica. E in questo si sapeva

compreso da Benedetto XVI che lo stimava proprio per la sua trasparenza.

Ma l’apocalisse è avvenuta anche per gli oppositori di Martini. Come per tutti i pastori, è fisiologico

che ci siano oppositori, persone che non condividono atteggiamenti e scelte pastorali di un vescovo:

fa parte della legge della comunione che, per essere tale, sempre abbisogna delle differenze, delle

diversità. Del resto sta scritto: “Guai a voi se tutti dicono bene di voi…” (Lc 6,26). Un pastore che

non abbia opposizioni dovrebbe interrogarsi seriamente sul motivo: dipende dal fatto che incute

paura e impedisce ad altri la critica, oppure dalla sua capacità di sedurre tutti o di comprare il

consenso in mille modi, o perché non tollera la contraddizione? Oppure perché non annuncia il

vangelo e Gesù Cristo ma solo ciò che piace agli “idolatri” presenti nella chiesa e nel mondo? Nella

chiesa nascente Paolo si è opposto a Pietro, che ha accettato le critiche e che a sua volta ha

osservato come gli scritti di Paolo richiedessero una lettura con discernimento e sapienza. Tutto

questo è avvenuto nel conflitto sì, ma senza “cattiveria”. Invece quanto abbiamo dovuto vedere e

leggere in occasione della morte di Martini è stata anche la “cattiveria” di tanti che si dicono

cattolici, che si sentono chiesa con un’arroganza che vorrebbe escludere dalla chiesa chi non la

pensa come loro.

Sì, è stato lo svelamento di quella “cattiveria” di cui sempre più siamo testimoni, almeno da alcuni

anni: una “cattiveria” che sembra regnare di diritto nella chiesa ed essere addirittura gradita ad

alcuni che nella chiesa ricoprono anche alte cariche. Quanti spargono “cattiveria” in ogni intervento

hanno denunciato l’“eresia buonista” di chi semplicemente pensa che nella chiesa la critica vada

sempre fatta con il rispetto delle persone! L’opinione pubblica nella chiesa – ancora gravemente

mancante – si crea attraverso il confronto, la critica anche aspra tra posizioni differenti ma, per

essere ecclesiale, deve avvenire senza “cattiveria”, nel rispetto delle persone e nel riconoscimento

del comune riferimento a Cristo, Signore della chiesa. Invece no! Anzi, questo “sbranarsi a vicenda” –

come lo ha deplorato Benedetto XVI – sembra sempre più gradito ad alcuni ecclesiastici sicché non

manca chi si sente incoraggiato… Basta vedere come oggi sono trattati alcuni vescovi nella chiesa

italiana: sono denunciati, disprezzati, accusati di non essere cristiani, di non avere la fede cattolica…

E questi critici si professano cattolici, dunque chiediamoci: sono convinti dell’oggettività cristiana

espressa in una comunità di cui i vescovi sono legittimi e autorevoli pastori, successori degli apostoli

e messi dallo Spirito santo a pascere la chiesa di Dio? Che tristezza!

Hugh O’Flaherty, il prete irlandese che, durante la guerra, salvò 6500 ricercati dai nazisti…

 

La «primula rossa» del Vaticano

Hugh O’Flaherty, il prete irlandese che, durante la guerra, salvò 6500 ricercati dai nazisti…

ANDREA TORNIELLI –Vatican Insider 21/09/2012

Città del Vaticano

Si era guadagnato il soprannome di «primula rossa» del Vaticano e la sua storia era divenuta ancor più famosa nel 1983, grazie al film «The Scarlet and the Black» interpretato da Gregory Peck: sta per essere commemorato a Roma padre Hugh O’Flaherty, il sacerdote irlandese che in tempo di guerra aiutò migliaia di perseguitati e di ricercati a fuggire dalla cattura da parte dei nazisti.

(padre O’Flaherty rappresentato con con i molti travestimenti con i quali riuscì a sfuggire la cattura e la condanna a morte, emessa contro di lui, da eseguire a vista)

Nato nel 1898 nel sud dell’Irlanda, O’Flaherty perse molti amici durante la guerra d’indipendenza irlandese e in quel periodo crebbe il suo sentimento anti-inglese. Un sentimento che superò completamente aiutando tantissimi soldati britannici negli anni del secondo conflitto mondiale. Ordinato prete nel 1925, divenne vice-rettore del collegio di Propaganda Fide e quindi entrò nel servizio della diplomazia vaticana in Palestina, poi ad Haiti e Santo Domingo e infine in Cecoslovacchia. Nel 1938 prese servizio al Sant’Uffizio, abitando al Collegio Teutonico, all’interno del Vaticano. Appassionato di sport, giocava a golf e vinse tornei di pugilato. Sui campi da golf di Ciampino conobbe l’ambasciatore britannico presso la Santa Sede, D’Arcy Osborne, che lo avrebbe aiutato a nascondere, procurare cibo, abiti e mezzi di trasporto per i soldati alleati nascosti a Roma.

Dopo la caduta di Mussolini e l’armistizio firmato dal governo italiano con gli Alleati, migliaia di prigionieri inglesi e americani vennero liberati. Dopo l’occupazione tedesca, molti di essi cercarono rifugio a Roma e bussarono alle porte del Vaticano. O’Flaherty si metteva usciva quotidianamente davanti all’Arco delle Campane, per incontrare e aiutare chiunque avesse bisogno. Grazie all’aiuto del principe Filippo Andrea Doria Pamphilj, dell’ambasciatore Osborne, e di altri, il sacerdote irlandese riuscì a salvare la vita a oltre 6500 persone, inglesi, americani, appartenenti alla comunità ebraica, e di altre nazionalita. Amava ripetere: «God has no country», Dio non ha nazionalità. Alla fine della guerra padre O’Flaherty riceverà la gran croce dell’impero britannico e la medaglia d’onore del Congresso degli Stati Uniti.

I suoi superiori conoscevano la sua attività, ed è difficile anche soltanto immaginare che il Papa Pio XII, Prefetto del Sant’Uffizio, non fosse a piena conoscenza di ciò che il sacerdote faceva, nascondendo persone nel Collegio Teutonico e stampando un gran numero di passaporti vaticani e di permessi di soggiorno per aiutare chi aveva bisogno di lasciapassare.

L’episodio più noto della vita di O’Flaherty accadde a Roma nell’autunno 1943. Il colonnello Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma, conosceva l’attività clandestina del prete irlandese e aveva cercato più volte di ucciderlo. Un giorno O’Flaherty  si era recato a palazzo Doria Pamphilj in via del Corso e per ricevere dei soldi dal principe. I tedeschi, venuti a sapere della sua presenza, circondarono l’intero stabile. O’Flaherty si rifugiò in cantina, e visto che c’era un uomo che stava consegnando il carbone per l’inverno, si travestì da carbonaio, uscendo dalla cantina e passando accanto ai soldati tedeschi. Kappler rimase nel palazzo per due ore, cercandolo invano in ogni anfratto. Dopo la guerra, O’Flaherty sarebbe andato una volta al mese a Gaeta per far visita a Kappler, accogliendolo nella Chiesa cattolica. Tornato in Irlanda all’inizio degli anni Sessanta, O’Flaherty morì nel 1963.

Carlo Maria Martini e Benedetto XVI. Un legame di fedeltà e di comunione.

A chi vuol far del Card. Martini il portabandiera della rivoluzione sociale nella Chiesa, basterà ricordare lo stile con cui egli visse, il modo con cui egli interloquì con il mondo, credenti e non credenti, e il modo composto e sempre discreto con cui animò il dialogo all’interno della Chiesa. Fare di lui un rivoluzionario è un’operazione a cui nulla autorizza. Ma è soprattutto in alcuni “scatti” del suo legame con Papa Benedetto XVI che possiamo cogliere la sua fedeltà alla Chiesa. Due uomini profondamente diversi per carattere e forse per visioni. Ma uniti dall’amore e alla fedeltà alla stessa Chiesa, radicati nell’unico Cristo, proiettati verso l’unico Regno.  (EC)

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«Martini è stato uomo di Dio e pastore generoso»

Messaggio di cordoglio di Benedetto XVI per i funerali di Carlo Maria Martini 

Cari fratelli e sorelle,in questo momento desidero esprimere la mia vicinanza, con la preghiera e l’affetto, all’intera Arcidiocesi di Milano, alla Compagnia di Gesù, ai parenti e a tutti coloro che hanno stimato e amato il Cardinale Carlo Maria Martini e hanno voluto accompagnarlo per questo ultimo viaggio.«Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 118[117], 105): le parole del Salmista possono riassumere l’intera esistenza di questo Pastore generoso e fedele della Chiesa.

E’ stato un uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra Scrittura, ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita, perché tutto fosse «ad maiorem Dei gloriam», per la maggior gloria di Dio. E proprio per questo è stato capace di insegnare ai credenti e a coloro che sono alla ricerca della verità che l’unica Parola degna di essere ascoltata, accolta e seguita è quella di Dio, perché indica a tutti il cammino della verità e dell’amore.

Lo è stato con una grande apertura d’animo, non rifiutando mai l’incontro e il dialogo con tutti, rispondendo concretamente all’invito dell’Apostolo di essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 4,13). Lo è stato con uno spirito di carità pastorale profonda, secondo il suo motto episcopale, Pro veritate adversa diligere, attento a tutte le situazioni, specialmente quelle più difficili, vicino, con amore, a chi era nello smarrimento, nella povertà, nella sofferenza.

In un’omelia del suo lungo ministero a servizio di questa Arcidiocesi ambrosiana pregava così: «Ti chiediamo, Signore, che tu faccia di noi acqua sorgiva per gli altri, pane spezzato per i fratelli, luce per coloro che camminano nelle tenebre, vita per coloro che brancolano nelle ombre di morte. Signore, sii la vita del mondo; Signore, guidaci tu verso la tua Pasqua; insieme cammineremo verso di te, porteremo la tua croce, gusteremo la comunione con la tua risurrezione. Insieme con te cammineremo verso la Gerusalemme celeste, verso il Padre» (Omelia del 29 marzo 1980).

Il Signore, che ha guidato il Cardinale Carlo Maria Martini in tutta la sua esistenza accolga questo instancabile servitore del Vangelo e della Chiesa nella Gerusalemme del Cielo. A tutti i presenti e a coloro che ne piangono la scomparsa, giunga il conforto della mia Benedizione.

Da Castel Gandolfo, 3 Settembre 2012

BENEDICTUS PP. XVI

 

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«Grati a papa Ratzinger per il suo spirito di sacrificio»

Omelia dedicata a “Pietro e i suoi successori”, pubblicata nell’ultimo libro del Card. Martini, uscito il 12 settembre, dopo la sua morte, dal titolo “Colti da stupore. Incontri con Gesù” (Mondadori)

 

«Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio”». Oggi la liturgia ambrosiana celebra la quarta domenica dopo Pentecoste e il Vangelo è quello del banchetto per le nozze del figlio del re: gli invitati, che si sottraggono in modo stolto e vergognoso a questo invito, sono sostituiti dai poveri che si trovano per le strade della città.

È una maniera molto efficace per dire che il Vangelo è per i poveri; del resto, una tale affermazione è chiarissima in tutti e tre i Vangeli sinottici, a cominciare dal discorso delle beatitudini: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Questo linguaggio di Gesù ci mette sempre un po’ a disagio, perché non sappiamo immaginare la povertà se non come povertà economica. Ci apre a nuove e più grandi prospettive, però, quando viene capito in tutta la sua forza e capacità di descrivere la situazione presente dell’uomo e il suo bisogno di aiuto.

Non mi fermerò su questo tema, pur molto importante, perché vorrei ricordare che oggi ricorre anche la festa dei santi Pietro e Paolo e viene a concludersi l’anno paolino suggerito da papa Benedetto XVI. Dobbiamo lodare Dio in particolare per averci dato san Paolo: sono convinto che il nostro cristianesimo sarebbe assai più povero senza di lui e senza le sue Lettere. Certo, san Paolo non è necessario, solo Gesù Cristo morto e risorto è necessario. Ma vi sono realtà nella storia della Chiesa che, Pietro e i suoi successori (Mt 22,1-14) come san Paolo, arricchiscono mirabilmente il cristianesimo e gli danno il rilievo e l’incisività che ha nei secoli.

A tal proposito, riguardo invece l’altra figura che la Chiesa ci presenta oggi, quella di san Pietro, vorrei non solo ricordare quanto la Chiesa stessa debba al primo degli apostoli, ma anche quanto essa debba a tutti i successori di Pietro, i papi. E ciò non solo dal punto di vista dogmatico, ma anche da quello dell’educazione alla santità, che è ciò che maggiormente conta nella Chiesa. Ho conosciuto di persona gli ultimi pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dobbiamo rendere grazie a Dio perché gli ultimi papi, a cominciare soprattutto da san Pio X, sono stati grandi non solo per l’equilibrio nelle questioni dogmatiche e morali, ma anche per la loro santità. Questo è un grande dono fatto alla Chiesa degli ultimi due secoli. Io ne sono testimone per gli ultimi quattro papi e devo dire che sono stati tutti uomini evangelici e sinceramente credenti.

È un motivo in più, al di là delle ragioni dogmatiche ed ecclesiologiche, per dare al papa l’affetto e il sostegno che merita, in particolare al pontefice attuale che sta portando avanti il suo servizio con grande spirito di sacrificio. Abbiamo entrambi la stessa età e perciò posso ben valutare quanto gli costi il suo instancabile ministero. Il Signore gli conceda la gioia di sapere che è ascoltato e seguito, perché ciò che a Lui soprattutto importa è la conoscenza e l’amore di Gesù Cristo.

Carlo Maria Martini

 

Un ricordo di Papa Luciani, del Postulatore della causa di beatificazione

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Una riflessione firmata dal Postulatore della sua Causa di beatificazione di Giovanni Paolo I

di monsignor Enrico Dal Covolo
Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense

Si fa un gran parlare, in questi giorni, di Giovanni Paolo I – al secolo Albino Luciani –. La gente lo chiama “il Papa del sorriso”, o anche “il Papa dei 33 giorni”, perché ha governato la Chiesa per poco più di un mese, precisamente dal 26 agosto al 28 settembre del 1978. Il 17 ottobre prossimo ricorreranno i cent’anni dalla sua nascita.

Personalmente sono molto soddisfatto della fama di santità che continua a circondare Giovanni Paolo I. Quando ero piccolo, don Albino veniva spesso a casa mia. Il fratello di mio papà, don Antonio, era suo compagno d’età e di studi. Sacerdoti tutti e due, uno (mio zio) era il preside del Seminario Gregoriano di Belluno, e l’altro (don Albino) era il vicario generale della Diocesi di Feltre e Belluno.

Mai e poi mai avrei potuto immaginare che, alcuni anni dopo, lui – don Albino – sarebbe diventato Papa, e io sarei diventato il Postulatore, cioè il promotore della sua Causa di beatificazione e di canonizzazione.

Sì, perché don Albino è Servo di Dio, è avviato all’onore degli altari. A questo punto quasi tutti mi chiedono: “E perché? Per quale motivo papa Luciani sarà santo?”. E io rispondo così: “Perché è il classico esempio del buon pastore che ha dato la vita per il suo gregge”. E tutto questo nell’umiltà (humilitas era il suo motto) e nella semplicità di ogni giorno.

Faccio solo un esempio. Era diventato ormai patriarca a Venezia, e quando era invitato a mangiare da qualche parte, non dimenticava mai di recarsi in cucina per ringraziare quelli che avevano preparato il pranzo. Questa abitudine provocava qualche volta un po’ di imbarazzo alle persone di servizio, che si trovavano improvvisamente davanti “Sua Eminenza”, mentre avevano ancora il grembiule e le mani bagnate. Durante una visita pastorale a Caorle, in una colonia estiva, successe qualche cosa di imbarazzante. Confondendo le bottiglie, gli versarono nel bicchiere dell’aceto, al posto del vino. E Luciani – che di norma beveva pochissimo – si bevve tutto l’aceto che gli era stato versato nel bicchiere, per risparmiare al suo ospite la brutta figura. Ma qualcuno si accorse dell’inconveniente: “Ma quello… quello era aceto!”, esclamò. E Luciani, tranquillo: “Sì, anche a me è sembrato aceto”.

La vera santità è fatta delle piccole cose di ogni giorno, fatte bene, con dedizione e amore. I santi ce ne danno l’esempio.

30 agosto 2012

Da ZENIT.org

Il diacono ortodosso Tochtuev, che si arrese alla morte per non tradire Cristo

La storia di un martire perseguitato dal regime sovietico: nel 1940 accettò la prigione (dove morirà) piuttosto di diventare una spia

Vatican Insider 13/08/2012

roma

I martiri e confessori della fede uccisi dai bolscevichi e canonizzati finora dalla Chiesa ortodossa russa sono circa millecinquecento. Una cifra che però è solo una minima parte della schiera di ignoti credenti che hanno dato la vita per Cristo nel XX secolo in Urss. E’ quanto scrive oggi il sussidiario.net in un articolo a firma di Marta Dell’Asta

La Commissione martiri del Patriarcato di Mosca lavora a pieno regime perché si possa dare la dovuta venerazione alla schiera incalcolabile dei “nuovi martiri” ortodossi, anche se la progressiva chiusura degli archivi rende sempre più difficile, ormai quasi impossibile, studiare a fondo i materiali di ogni singolo caso.

Tra le storie più impressionanti l’articolo cita quella di Nikolaj Tochtuev, consacrato diacono nel 1922 proprio nel pieno della prima persecuzione antireligiosa del giovane Stato sovietico. Viene arrestato quasi subito e mandato al confino; quando torna riesce a svolgere il suo ministero in un paese della periferia moscovita, Bolševo.

Il venerdì santo del 1940 viene convocato nell’ufficio dell’Nkvd a Mytiši, dove un giudice inquirente gli prospetta 8 anni di prigione se non accetta di fare l’informatore della polizia. Il diacono accetta, forse si spaventa, e firma l’impegno; torna a casa ma deve ripresentarsi il lunedì successivo. Possiamo immaginare lo stato d’animo di padre Nikolaj durante le celebrazioni pasquali, conscio di essersi impegnato per iscritto… Tuttavia esce dalla liturgia pasquale con una decisione.

Il lunedì dell’angelo raccoglie quel che gli può servire in prigione e si presenta all’ufficio dell’Nkvd con una dichiarazione scritta: «Compagno comandante, sconfesso la mia precedente firma, che ho fatto solo per poter celebrare la Pasqua e dire addio alla famiglia. Le mie convinzioni religiose e il mio abito non mi permettono di tradire neppure il mio peggior nemico…».

L’ufficiale dell’Nkvd, pensando che sia ancora tentennante, lo lascia tornare a casa e gli dà del tempo per riflettere; ma padre Nikolaj ha ormai deciso e cerca di spiegare la propria posizione in una nuova dichiarazione che è una vera confessione di fede: «Compagno comandante, mi permetta una spiegazione scritta. Non so parlare bene perché ho poca istruzione. Non posso fare quello che Lei mi chiede. È la mia decisione ultima e definitiva. Molti acconsentono per salvare se stessi a spese del prossimo, ma a me una vita del genere non serve. Voglio essere puro davanti a Dio e agli uomini, perché quando la coscienza è pulita si è tranquilli, mentre quando la coscienza è sporca non si trova pace. Una coscienza ce l’abbiamo tutti, e soltanto le azioni indegne la soffocano; per questo non posso essere come Lei vorrebbe… Ho famiglia, ma per essere onesto davanti a Dio, per amor Suo lascio anche la famiglia… Cosa crede, che non mi pesi lasciare otto persone di cui nessuna in grado di lavorare? Ma Colui per il quale accetto di soffrire mi dà la forza e sostiene il mio spirito, e sono certo che non mi abbandonerà fino all’ultimo respiro, se Gli sarò fedele. Tutti dovremo rendere conto di come abbiamo vissuto su questa terra…

«Accetto –prosegue il testo –  la purificazione attraverso le sofferenze che Lei mi infliggerà. Le accetterò con amore perché so di averle meritate. Voi ci considerate nemici perché crediamo in Dio, e noi vi consideriamo nemici perché non credete in Dio. Ma se guardiamo più a fondo e cristianamente, voi non siete i nostri nemici ma i nostri salvatori: ci spingete a viva forza nel Regno dei cieli e noi non lo vogliamo capire: come buoi testardi cerchiamo di scansare le sofferenze; è stato Dio, infatti, a darci un governo che ci purifica, mentre eravamo così schizzinosi… Non così dovevamo vivere, secondo il volere di Cristo. Mille volte no, per questo bisogna frustarci, ancora e ancora, perché ci convertiamo. Dato che non siamo capaci di farlo da soli… il Signore ha fatto in modo che voi ci spingeste a forza nel Regno della gloria. Per questo non posso che ringraziarvi».

Il 5 luglio 1940 lo arrestano; il 2 settembre la Seduta Speciale dell’Nkvd lo condanna a 8 anni di prigione, dove morirà il 17 maggio 1943. Non aveva ancora compiuto quarant’anni.

De Gasperi maestro d’economia

Stefano Zamagni – Avvenire 17 agosto 2012

È quanto meno strano che la storiografia su De Gasperi si sia soffermata più sui temi di politica interna ed estera che non su quelli di politica economica. (Proprio il contrario di quanto è accaduto ad un’altra grande figura di statista, quella di K. Adenauer.) Eppure, il pensiero e l’opera di De Gasperi in ambito economico non meritano l’oblio, perché hanno ancora tanto da dirci per l’oggi. Una prima questione può essere posta nei seguenti termini: perché lo statista trentino, che pure conosceva bene e giudicava positivamente l’economia sociale di mercato (ESM) tedesca, non ritenne di tentarne un’applicazione al caso italiano? Perché conoscendo bene la realtà del paese all’epoca e quanto era accaduto durante la tragica esperienza del fascismo, aveva ragioni di ritenere che la proposta del modello dell’ESM sarebbe stata presa a significare una riedizione dell’ordine sociale corporativista. Per un verso, la Confindustria non voleva sentir parlare di cogestione, di monitoraggio dei comportamenti, di scambio di informazioni tra gli attori economici, elementi questi costitutivi dell’ESM (anche Pasquale Saraceno non vedeva di buon occhio il partecipazionismo operaio).

Per l’altro verso, i tre principali partiti dell’epoca non nascondevano la loro diffidenza nei confronti dell’impresa privata: Pci e Psi per ragioni ideologiche; la sinistra Dc perché il capitalismo veniva percepito come contrario alla Dottrina sociale della Chiesa. Al tempo stesso, De Gasperi non poteva certo spendersi – et pour cause – per il modello di economia liberale di mercato di tipo anglosassone. Come è noto, la chiave della distinzione tra i due modelli è nella diversa modalità degli imprenditori di coordinarsi fra loro per controllare la dinamica salariale, per incoraggiare l’innovazione e per favorire l’aggiustamento alle mutate condizioni di mercato. Di qui quello che è stato chiamato – a mio giudizio impropriamente – il compromesso degasperiano, e cioè l’economia mista di mercato: nella sfera privata si accolgono i principi liberali; nella sfera pubblica si applica la nozione di Stato limitato. Quest’ultimo è uno Stato né minimo (come volevano i liberali), né interventista su tutti i fronti (come volevano gli statalisti); ma uno Stato che è anche forte purché si muova entro limiti ben definiti. La sintesi mirabile fra solidarismo cristiano e libero mercato è il vero capolavoro di De Gasperi, pari, per importanza, al capolavoro di Parigi del febbraio 1947 nella circostanza del Trattato di pace, quando De Gasperilo statista riuscì a far accogliere l’Italia nel novero delle democrazie occidentali.

Mantenendo le due sfere in equilibrio dinamico, De Gasperi ha dimostrato di saper fare tesoro delle complementarità istituzionali. La seconda questione concerne il modo in cui De Gasperi interpreta i principi della Dottrina sociale della Chiesa con specifico riguardo al tema della giustizia sociale. Quest’ultima viene vista come un meccanismo di correzione e di compensazione dei risultati di mercato, come vuole il liberalismo di marca anglosassone, e non come un insieme di regole e provvedimenti che valgano a far funzionare in modo più equo il mercato. La società giusta, per De Gasperi, non è solamente quella che garantisce l’equità intesa come eguagliamento dei punti di partenza, ma anche quella che assicura un certo grado di uguaglianza dei punti di arrivo del gioco di mercato. E ciò per la fondamentale ragione che la democrazia che mira al bene comune non può tollerare di assistere passivamente all’aumento sistemico delle diseguaglianze. Di qui la lotta dello statista trentino contro i monopoli (privati), il latifondo, le varie forme di rendita parassitaria. Si trattava di battere le numerose elites che cercavano il controllo del potere economico per esaltare la loro avidità. Disoccupazione strutturale e povertà estrema furono sin da subito i principali cavalli di battaglia di De Gasperi, il quale aveva ben compreso che sono i vested interests, gli interessi costituiti quando danno vita a forti coalizioni distributive a rappresentare la più grave minaccia alla crescita.

Infine, non si può non fare parola della straordinaria intuizione di De Gasperi a proposito della distinzione tra istituzioni economiche estrattive e inclusive: le prime sono quelle che concentrano ricchezze e poteri nelle mani di pochi; le seconde tendono a redistribuire il potere, a realizzare cioè la poliarchia. Sono infatti le istituzioni economiche a promuovere lo sviluppo assai più e meglio delle condizioni geografiche e delle stesse matrici culturali. Ma le istituzioni, in quanto regole del gioco, nascono dalla politica. Dunque senza un mutamento politico adeguato, a poco serve cercare di applicare ricette o modelli che pure hanno dato buona prova di sé in altri contesti. Ecco perché De Gasperi si batté con decisione contro quel modo di fare politica oggi indicato con l’espressione di private politics, la politica, cioè, di rappresentanze extra-parlamentari che esercitano pressione su organi dello Stato, disintermediando così la politica democratica.

Facendo propria la nozione di Johannes Althusius di democrazia come consociatio symbiotica, De Gasperi nei suoi innumerevoli discorsi non perde occasione per ricordare che l’uomo non è una monade e che la società non è un aggregato di identità separate. Si possono capire le incomprensioni, le critiche e le accuse, spesso ingenerose, avanzate anche da taluni settori della Dc, nei confronti del disegno degasperiano di politica economica. Il fatto è che De Gasperi, al pari di chi è parte di minoranze profetiche, pensa e si esprime in anticipo sui tempi. Non si è voluto – e in parte ancor oggi non si vuole – riconoscere l’originalità di un pensiero che aveva bensì radici profonde, ma che per la sua novità spingeva più avanti la frontiera delle conoscenze e dei modi di intervento. Sappiamo che senza memoria il pensiero non può volare alto, perché la memoria è la permanenza del passato capace di orientarci. Ravvivare oggi la memoria di De Gasperi è operazione tutt’altro che oziosa o retorica.

Albino Luciani: il ritratto di un uomo che segnò la Chiesa e il mondo per il tempo di un sorriso

 

“Ieri mattina io sono andato alla Sistina a votare tranquillamente. Mai avrei immaginato quello che stava per succedere”.

“La figura del papa è troppo lodata. Si rischia di cadere nel culto della personalità, che io non voglio assolutamente. Il centro di tutto è, e deve essere il Cristo”. (ciato in “La Grande Storia”, Rai.it)

“Personalmente, quando parlo da solo a Dio e alla Madonna, più che adulto, preferisco sentirmi fanciullo. La mitria, lo zucchetto, l’anello scompaiono; mando in vacanza l’adulto e anche il Vescovo, per abbandonarmi alla tenerezza spontanea, che ha un bambino davanti a papà e mamma… Il rosario, preghiera semplice e facile, a sua volta, mi aiuta a essere fanciullo; e non me ne vergogno punto”. (citato in Maria di Lorenzo, Nello spazio di un sorriso, in Madre di Dio, aprile 2003)

“Spero che, i miei confratelli cardinali aiuteranno questo povero Cristo, Vicario di Cristo a portare la croce con la loro collaborazione di cui io sento tanto il bisogno. […] Io, in un certo senso, sono dolente di non poter ritornare alla vita dell’apostolato spicciolo che mi piaceva tanto. Ho avuto sempre diocesi piccole: Vittorio Veneto, diocesi piccola; la stessa Venezia, grande per storia e piccola, 430.000 abitanti. Quindi, il mio lavoro era: ragazzi, operai, malati, visite pastorali. Non potrò più fare questo lavoro. Ma voi potete farlo”. (dal Discorso di Giovanni Paolo I al Collegio Cardinalizio)

“Tutti ricordiamo le grandi parole del papa Paolo VI: «I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale davanti a questo grido di angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello» (Poulorum Progressio 3]. A questo punto alla carità si aggiunge la giustizia, perché – dice ancora Paolo VI – «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario» [ibidem, 23]. Di conseguenza «ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile» [ibidem, 53]Alla luce di queste forti espressioni si vede quanto – individui e popoli – siamo ancora distanti dall’amare gli altri «come noi stessi», che è comando di Gesù”. (dall’Udienza Generale del 27 settembre 1978)

La sua semplicità disarmante, il suo carattere di ferro, la sua timidezza, unita alla sua indomabile determinazione ad affrontare i temi caldi di quella stagione della Chiesa e del mondo scossero le coscienze di tutti. Sembrava avere il cuore di un bambino, ma sapeva esattamente fare il pastore. Anzi, il suo era precisamente il cuore di un pastore. All’allora segretario di Stato, fece sapere che non voleva più, ogni mattina, i faldoni di documenti sulla sua scrivania e che non intendeva fare il Papa burocrate, sepolto dalle carte. Se ne sarebbero occupati i relativi dicasteri della curia, lasciando a lui i casi straordinari. Senza proclami solenni abbandonò il plurale maiestatis e cominciò a riferire a se stesso usando l’io, anziché il Noi, abbandonò l’uso della corona chiamata triregno, mal sopportò di essere portato sulla lettiga papale fino ad abbandonarla. Rifiutò a che la messa di inizio del suo pontificato fosse chiamata “Messa di incoronazione”. I trentatre giorni di pontificato di Albino Luciani, Giovanni Paolo I, passarono come una meteora, ma lasciarono un solco profondo nella vita della Chiesa e del mondo. E non saranno mai dimenticati. Quando Karol Wojtyla venne eletto papa, la Chiesa era già profondamente cambiata. (EC)

* * *

Il 26 agosto 1978 l’allora patriarca di Venezia, cardinale Albino Luciani, venne eletto Papa

da (ZENIT.org)

ROMA, lunedì, 27 agosto 2012

Quella del 1978 non fu un’estate qualsiasi per la Chiesa cattolica. Il 6 agosto, infatti, dopo 15 anni di pontificato, venne meno Paolo VI. Il 26 agosto, dopo un rapidissimo Conclave – 2 giorni e 4 votazioni – venne eletto papa il patriarca di Venezia, che prese il nome di Giovanni Paolo I: Albino Luciani«papa del sorriso», «papa umile», «papa catechista», «papa parroco del mondo», «sorriso di Dio». Il 17 ottobre 1978 avrebbe compiuto 66 anni, ma non festeggiò quel compleanno. Il suo pontificato durò appena 33 giorni. All’alba del 28 settembre il nuovo pontefice venne trovato esanime nella sua camera da letto.

Ci sta a cuore di ricordarlo in occasione della sua elezione al soglio pontificio, avvenuta appunto il 26 agosto 1978. All’indomani della sua elezione, nella Cappella Sistina, davanti all’altare sotto il Giudizio di Michelangelo Buonarroti, «l’umile e ultimo servo dei servi di Dio» lanciò il primo – e sarà anche l’unico – messaggio in mondovisione: il discorso urbi et orbi. Avendo ancora «l’animo accasciato dal pensiero del tremendo ministero» di sacerdote, di maestro e di pastore, ma sicuro della «presenza confortatrice e dominatrice del Figlio di Dio» nella Chiesa, «tenendo la sua mano in quella di Cristo» e «appoggiandosi a lui», «autore della salvezza e principio di unità e di pace», amabilmente si rivolse a tutti gli uomini, vedendo in essi «unicamente degli amici e dei fratelli», «assetati di vita e d’amore».

Nel solco tracciato dai predecessori invitò soprattutto «i diletti figli e figlie dell’intero orbe cattolico», «uniti nell’unico vincolo dell’amore», «a prendere coscienza sempre maggiore della loro responsabilità», ad essere «pronti a dare testimonianza della propria fede», ad offrire quel surplus d’anima che «solo può assicurare la salvezza» al mondo, «magnifico» e al contempo «tormentato» e tentato di «sostituirsi a Dio con l’autonoma decisione che prescinde dalle leggi morali, porta l’uomo moderno al rischio di ridurre la terra a un deserto, la persona a un automa, la convivenza fraterna a una collettivizzazione pianificata, introducendo non di rado la morte là dove invece Dio vuole la vita» (1).

Il suo discorso si snodò in sei punti programmatici, introdotti dalla parola carica di incisività e non abituale nel linguaggio di un papa: «Vogliamo».

«Vogliamo continuare nella prosecuzione dell’eredità del Concilio Vaticano II, le cui norme sapienti devono tuttora essere guidate a compimento, vegliando a che una spinta, generosa forse ma improvvida, non ne travisi i contenuti e i significati, e altrettanto che forze frenanti e timide non ne rallentino il magnifico impulso di rinnovamento e di vita; vogliamo conservare intatta la grande disciplina della Chiesa, nella vita dei sacerdoti e dei fedeli, quale la collaudata ricchezza della sua storia ha assicurato nei secoli con esempi di santità e di eroismo, sia nell’esercizio delle virtù evangeliche sia nel servizio dei poveri, degli umili, degli indifesi […]; vogliamo ricordare alla Chiesa intera che il suo primo dovere resta quello della evangelizzazione, le cui linee maestre il nostro predecessore Paolo VI ha condensato in un memorabile documento: animata dalla fede, nutrita dalla parola di Dio e sorretta dal celeste alimento dell’Eucaristia, essa deve studiare ogni via, cercare ogni mezzo, «opportune, importune» (2Tm 4,2), per seminare il Verbo, per proclamare il messaggio, per annunciare la salvezza che pone nelle anime l’inquietudine della ricerca del vero e in questa le sorregge con l’aiuto dall’alto; se tutti i figli della Chiesa sapranno essere instancabili missionari del Vangelo, una nuova fioritura di santità e di rinnovamento sorgerà nel mondo, assetato di amore e di verità; vogliamo continuare lo sforzo ecumenico, che consideriamo l’estrema consegna dei nostri immediati predecessori, vegliando con fede immutata, con speranza invitta e con amore indeclinabile alla realizzazione del grande comando di Cristo: «Ut omnes unum sint» (Gv 17,21), nel quale vibra l’ansia del suo cuore alla vigilia dell’immolazione del Calvario […]; vogliamo proseguire con pazienza e fermezza in quel dialogo sereno e costruttivo […]; vogliamo infine favorire tutte le iniziative lodevoli e buone che possano tutelare e incrementare la pace nel mondo turbato: chiamando alla collaborazione tutti i buoni, i giusti, gli onesti, i retti di cuore, per fare argine, all’interno delle nazioni, alla violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti, e, nella vita internazionale, per portare gli uomini alla mutua comprensione, alla congiunzione degli sforzi che favoriscano il progresso sociale, debellino la fame del corpo e l’ignoranza dello spirito, promuovano l’elevazione dei popoli meno dotati di beni di fortuna eppur ricchi di energie e di volontà» (2). Balza agli occhi una programmazione di spunti originali: fede e cultura trovano una felice sintesi.

È un input con la tinta solenne e allo stesso tempo affettuosa, che sembra nascere dalle delicate intermittenze del suo tenero cuore. Poco dopo, alla loggia centrale della basilica di San Pietro, di fronte alla spettacolare piazza ideata da Gian Lorenzo Bernini, con voce commossa e meravigliata e un sorriso da fanciullo, commentò come nessun altro papa la propria elezione. Spazzando via il «noi» maiestatico, annullò le distanze e ravviandosi un ciuffetto sulla fronte seppellì l’uso della tiara sul capo. Il suo stile di ‘fare’ il papa, umile, semplice, creativo e diretto, subito entusiasmò la folla sulla piazza ovale e fece esplodere i toni dell’affetto anche nei Palazzi vaticani. Non ci poteva essere, per i “piccoli” di cui parlava Gesù, gioia più grande che scoprire un papa così alla mano. Il «povero papa» o il «povero Cristo», come amava definirsi, era interessato al servizio di «pastore universale».

Iniziando trepido e fiducioso la sua missione, il 3 settembre, si pose «a disposizione totale della Chiesa e della società civile, senza distinzione di razze o di ideologie, per assicurare al mondo il sorgere di un giorno più sereno e più dolce». «Solo Cristo – affermò – potrà far sorgere la luce che non tramonta, perché egli è il “sole di giustizia” (cfr. Ml 3,20), ma egli pure attende l’impegno di tutti», per «irradiare l’incanto dell’intatta adesione agli ideali evangelici», «vivificare la società», «formare energie pulsanti di generosità, di equilibrio, di dedizione al bene comune», «farsi strumenti efficaci e responsabili di un ordine nuovo, più giusto e più sincero», «elevare il mondo a una sempre maggiore giustizia e a una più stabile pace» (3).

Nel discorso del 10 settembre chiese ai rappresentanti della stampa internazionale di «avvicinare meglio i propri simili, percepirne più da vicino l’ansia di giustizia, di pace e di fraternità, instaurare con essi vincoli più profondi di partecipazione, di intesa e di solidarietà in vista di un mondo più giusto e umano». «Conosciamo – disse – la mèta ideale verso la quale ognuno di voi, nonostante difficoltà e delusioni, orienta il proprio sforzo, quella cioè di arrivare, attraverso la “comunicazione”, a una più vera ed appagante comunione. È la mèta verso la quale aspira […] anche il cuore del vicario di Colui, che ci ha insegnato a invocare Dio come Padre unico e amoroso di ogni essere umano. [..] Vi chiediamo di voler contribuire anche voi a salvaguardare nella società odierna quella profonda considerazione per le cose di Dio e per il misterioso rapporto tra Dio e ciascuno di noi, che costituisce la dimensione sacra della realtà umana. Vogliate comprendere le ragioni profonde per cui il papa, la Chiesa e i suoi pastori devono talvolta chiedere, nell’espletamento del loro servizio apostolico, spirito di sacrificio, di generosità, di rinuncia per edificare un mondo di giustizia, di amore, di pace» (4).

I suoi quattro discorsi del mercoledì, incentrati sui temi dell’umiltà, fede, speranza e carità, pronunciati a braccio e intarsiati di sorrisi, di riferimenti inediti e di aneddoti personali, lo rivelavano pienamente il pastore e il catecheta, sia pure docente in una cattedra quanto mai importante. «Scienza di Dio e scienza dell’uomo, cioè la teologia e pedagogia, sono le travi portanti della cultura di Luciani, uno dei più efficaci specialisti di catechesi per l’infanzia, uno dei divulgatori più affabili delle grandi indagini teologiche» (5). In fondo, tutti i suoi scritti, erano modulati sullo stesso timbro: una grande catechesi indirizzata ad un pubblico eterogeneo e sempre più vasto, fino a comprendere il mondo intero.

Il suo vissuto di fede tutt’ora suscita ammirazione e risulta particolarmente incisivo in vista dell’ormai imminente inizio dell’«Anno della Fede». E’ un vissuto di fede intelligente, quello di Luciani, che – pur senza divenire una esposizione o una elaborazione teologica sistematica – fa sulle verità che contempla una riflessione originale: sapida o saporosa, ne assimila il senso profondo e lo cala nel concreto esistenziale e operativo. E non può essere diversamente, perché la rivelazione cristiana è un messaggio di vita e per ciò stesso è un tutt’uno indivisibile che abbraccia tutto l’essere umano, corporale e spirituale, intellettuale, volitivo e affettivo, individuale e sociale. E l’esperienza religiosa non è fondamentalmente né esclusivamente cosa dell’intelletto, poiché solo quando le verità religiose giungono a toccare e sommuovere l’anima nelle sue profondità esistenziali si ha esperienza religiosa in senso proprio. La persona religiosa si rapporta a Dio, più che con un assenso logico, con un’adesione reale ed esistenziale, che chiede di tradursi in adorazione ed amore.

Per questo Luciani con forza e più volte insiste, affinché la luce della verità cristiana divenga parola di vita per gli uomini di oggi. In una relazione, letta l’8 dicembre 1967 alla Conferenza episcopale triventina, facendo proprie le affermazioni di monsignor Carlo Colombo, vescovo e teologo, scrive che la stessa cultura «non deve essere distaccata dalla vita spirituale della comunità cristiana»; «tutta la comunità cristiana, tutti i pastori in modo speciale, devono sentirsi impegnati nel creare le condizioni perché un rinnovamento e una maggior diffusione della cultura teologica divenga alimento di una fede più viva» (6).

E, citando un perito conciliare, ricorda che «la cultura teologica esige un impegno spirituale» (7), affinché essa illumini la mente, animi il cuore e informi la vita e faccia sì che l’esistenza del cristiano sia una risposta alle esigenze dello Spirito di Dio. Sono necessarie allora la «metànoia», la liberazione della spiritualità dalla filosofia e da tutte le sovrastrutture umane per ridarle il volto serio derivante dalla Bibbia, il linguaggio del dialogo con Dio, sia personale che comunitario, il ritorno al Vangelo che contiene il Verbum crucis, perché «l’unica spiritualità valida, che non può illudere e lasciar delusi, è proprio quella che è impostata radicalmente sulla Parola della croce» (8).

Non possiamo fare altro che rallegrarci cogliendo questo indirizzo nella sua Opera omnia che raccoglie quanto egli ebbe a scrivere nel corso della sua vita per trasmettere messaggi teologici e morali profondi, ma comprensibili a tutti. Ogni suo scritto nasce in un determinato momento storico e per destinatari specifici, con uno scopo/orientamento o spirito particolare, eminentemente apostolico, “pastorale-pratico” (9).

È un capolavoro di pastoralità e di catechetica, un codice di etica cristiana, una compresenza di esperienza vitale, di affetto, di sentimento e di intelletto, una teologia affettiva, orientata al rinnovamento o miglioramento della vita.

Infatti, l’amore per la catechesi, inteso come passione comunicativa a servizio della verità cristiana, e non come forma ridotta e quasi domestica di evangelizzazione, era «accanto al sorriso – osserva padre Ugo Sartorio, direttore del Messaggero di Sant’Antonio – la caratteristica di Luciani, per tutta la sua vita». Egli rimaneva sempre il catecheta e lo scritto era solo la traccia di un messaggio che doveva essere immediato e tempestivo per le necessità del suo popolo. «Si direbbe anche – scrive don Giorgio Fedalto, curatore dell’Opera omnia – che egli non trovasse tempo da dedicare se non a una continua catechesi, aperta ormai a una quantità di nuove tematiche, in linea con le esperienze vaticane e cattoliche» (10).

La sua Opera11, ha un carattere teso ed a volte drammatico, perché registra i suoi sforzi nel trovare dei punti d’aggancio con la cultura del suo tempo e nel lasciarsi guidare ed illuminare dalle fonti autentiche della vita dello spirito: Sacra Scrittura e dogma, ricchi filoni della tradizione spirituale della Chiesa, alcuni modelli e punti di riferimento, come Gregorio MagnoCarlo Borromeo, – di cui assunse il motto episcopale: Humilitas – Francesco di Sales, Alfonso Maria de’ Liguori, ma anche Antonio Rosmini con il suo concetto di «caritas intellettuale», Jacques Maritain e Paolo VI e, soprattutto, dal Vaticanum II. A tutto dà un’impronta propria, grazie ad uno stile rapido e vivace e ad una facile comunicativa che si fonda soprattutto sull’eloquio semplice, sobrio e modesto, scarno ed essenziale, quello appreso in famiglia, e arricchito di episodi ed immagini, sui modi dimessi e sul franco riconoscimento dei limiti umani che segnano anche la sua persona.

Giovanni Paolo I fu davvero una meteora che illuminò il cielo buio dei suoi tempi, faticosi e intrisi di paure. «Io sono ottimista», scriveva. «L’umile successore di Pietro non è stato ancora tentato dallo scoraggiamento. Ci sentiamo forti nella fede e con Gesù al nostro fianco possiamo attraversare non solo il piccolo mare di Galilea, ma tutti i mari del mondo».

Speranza e fiducia. In Dio, ed in un mondo e in umanità migliori: l’eredità spirituale e culturale del papa dei 33 giorni.

di Vincenzo Bertolone,
Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace

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NOTE

1) A. LUCIANI – GIOVANNI PAOLO I, Opera omnia. A cura del Centro di Spiritualità e di Cultura «Papa Luciani» di Belluno, IX, Padova 20112, 18-19. D’ora in poi la sigla: OAL

2) ivi, 20-21.

3) ivi, 22-24.

4) ivi, 34-35.

5) V. BRANCA, «Gente Veneta», 2 settembre 1978, 11.

6) Rapporti tra cultura teologica e spiritualità: OAL. IV. 88.

7) ivi, 97.

8) ivi, 96.

9) cfr. A. ZAMBARBIERI, Connubio tra intelligenza e pastorale, «Vita Pastorale» 6 [2012] 84.

10) Premessa: OAL I 8-9.

11) pubblicata dalla Editrice Grafiche Messaggero di S. Antonio (ALBINO LUCIANI-GIOVANNI PAOLO I, op. cit., I-IX, Padova 20112 [Padova 1988-19891]), per iniziativa del Centro di Spiritualità e di Cultura «Papa Luciani» di Santa Giustina Bellunese.

Un giorno in casa Badano. Chiara Luce Badano raccontata dai genitori

 

Il 9 giugno 2011, a Sassello (Savona), mentre predicavo un corso di esercizi spirituali a un gruppo di sacerdoti, siamo andati a visitare la tomba della Beata Chiara “Luce” Badano,morta a 18 anni per un tumore alle ossa. Il tempo della malattia fu per leri una grande preparazione all’incontro con Cristo, che lei visse con una gioia, dando testimonianza di una fede limpida e luminosa. Fu dichiarata beata il 25 settembre 2010.

Abbiamo ascoltato il racconto dei genitori, Ruggero e Maria teresa, nella camera da letto dove la Beata Chiara visse i suoi ultimi giorni terreni.

Per conoscere la figura della beata, si può visitare il sito: www.chiaralucebadano.it

 

Qui di seguito sono riportati alcune frasi della testimonianza dei genitori, riportati senza modifiche.

Il padre, Ruggero: “Ciara sapeva che la malattia l’avrebbe condotta alla morte, eppure trovava la forza per cantare, e tutte le volte che io aprivo la porta della sua camera, lei sorrideva. Credevo che lei lo facesse per dare coraggio a noi. Un giorno ho tolto la chiave dalla serratura. Guardavo dal buco per vedere se lei stesse piangendo, ma lei sorrideva sempre. Le sentivo dire: per te Gesù.., per te Gesù…

La madre, Maria Teresa: “Per ogni ciocca di capelli che cadeva per la chemioterapia, lei diceva: per te Gesù. Chiara traeva la sua forza dall’Eucaristia. Voleva un vestito da sposa per la sua morte. Noi eravamo in difficoltà. Non capivamo. Poi degli amici di Chiara l’hanno fatta fare appositamente…

…Per il suo funerale preparava anche i canti e ogni altro particolare. Tutto doveva essere perfetto. Lei stava preparando l’incontro con Gesù, e non si fermava mai a pensare alla morte come ad una cosa triste. Anzi, era la cosa più bella che le stava capitando. La zia spesso protestava, non capiva, piangeva…

…Diceva alla madre: “Quando mi vestirai, dirai più volte: questo per Gesù… Questo per Gesù…

…Quando Chiara era ormai malata, si stava avvicinando la festa di San Valentino. Mi disse: Mamma, fatti bella. Esci con Papà. Ditevi ti voglio bene. E ricordati: prima di me c’era lui!… E quando entrerai in Chiesa per il mio funerale, devi cantare a voce alta, perché io canterò dal cielo con te.

…Chiara voleva donare gli organi. Non poteva, a causa della malattia. Ma quando seppe che poteva donare le cornee, il suo volto si illuminò.

Le chiedevo: Hai dolore? Lei alzava le spalle. Ma non parlava. Diceva: Sai, Mamma, Gesù smacchia con la varechina. E la varechina brucia. Così quando sarò in cielo,
sarò senza macchia.

Il testamento di Chiara:
I giovani corrono. Io non posso più. Consegno la fiaccola perché loro corrano. Perché abbiamo una sola vita. E vale la pena viverla bene.

Le sue ultime parole: Mamma, ciao! Sii felice, perché io sono felice! Vederla lì sul letto, vestita da sposa… era bellissima.

 

(Foto: 1) in alto, con Ruggero e Maria Teresa Badano; 2) dipinto che Chiara fece della Pentecoste all’età di 5 anni; 3) Oggetti appartenuti a Chiara, tra i quali si notano i pattini, e la racchetta da tennis, che le cadde dalle mani quando avvertì per la prima volta il malore che, più tardi, si sarebbe rivelato un tumore alle ossa; 4) una immagine di Chiara; 5) la camera da letto di Chiara; 6) la foto posta sulla tomba; 7) Sotto, la toma di Chiara, nel cimitero di Sassello.)

 

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Massacro dei Monaci di Tibhirine (Algeria) – Testamento spirituale del Padre Christian de Chergé

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Sette monaci, uomini di pace, sequestrati la notte tra il 27 e il 28 marzo 1996. Il loro sequestro fu rivendicato dal G.I.A (Gruppo Islamico Armato), con un comunicato che porta la data del 18 aprile. Con un un secondo comunicato del 23 maggio, il gruppo comunicava che i monaci erano stati decapitati il 21 maggio. Di loro, come atto di supremo sfregio, furono fatte ritrovare solo le teste.

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Testamento spirituale del Padre Christian de Chergé,aperto la domenica di Pentecoste 26 maggio 1996

Quando si profila un ad-Dio

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era_donata a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me: come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.

La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimé, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.

Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.

Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio”, il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile

mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.

Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: “Dica adesso quel che ne pensa!”. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.

Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

Di questa vita perduta, totalmente mia, e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella_gioia, attraverso e nonostante tutto.

In questo_grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!

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E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo_grazie e questo_ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah

Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994
+Christian

Uomini di Dio: l’eredità dei monaci trappisti di Tibhirine (Algeria) a dodici anni dal loro massacro

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Christian de Chergé era priore del Monastero trappista di Nostra Signora dell’Atlante, che sorge nei pressi di Tibhirine, in Algeria. Lui e i gli altri monaci – tutti tra i 45 e gli 82 anni – furono sequestrati la notte tra il 27 e il 28 marzo 1996. Furono ritrovati morti due mesi dopo. Christian era nato il 18 gennaio 1937 a Colmar ed era monaco dal 1969. Gli altri erano: Luc Dochier, nato il 31 gennaio 1914 à Bourg-le-Péage, monaco dal 1941;Christophe Lebreton, nato l’11 ottobre 1950 a Blois, monaco dal 1974; Bruno Lemarchand, nato il 1º Marzo 1930 a Saint-Maixent, monaco dal 1981; Michel Fleury, nato il 21 maggio 1944 a Sainte-Anne, monaco dal 1981; Célestin Ringeard, nato il 27 luglio 1933 a Touvois, monaco dal 1983, Paul Favre-Miville, nato il 17 aprile 1939 a Vinzier, monaco dal 1984. Il loro sequestro fu rivendicato dal G.I.A (Gruppo Islamico Armato), con un comunicato che porta la data del 18 aprile. Con un un secondo comunicato del 23 maggio, il gruppo comunicava che i monaci erano stati decapitati il 21 maggio. Di loro, come atto di supremo sfregio, furono fatte ritrovare solo le teste.

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Testimonianza di padre Becker, presente nel monastero algerino quella notte.

(Fonte: ZI06032703 – 27/03/2006 -Permalink: http://www.zenit.org/article-2121?l=italian)

TIBHIRINE, lunedì, 27 marzo 2006 – Amico intimo del priore dei monaci trappisti di Tibhirine (Algeria), padre Thierry Becker si è fatto portavoce dell’eredità spirituale di quegli uomini consacrati sequestrati esattamente dieci anni fa. Il loro assassinio è stato confermato poco dopo.

Tutto è accaduto nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996: un commando armato formato da una ventina di uomini ha fatto irruzione nel monastero di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine e ha sequestrato i sette monaci trappisti di nazionalità francese.

Un mese dopo l’atto criminale è stato rivendicato dal capo dei “Gruppi islamici armati” (GIA), Djamel Zitouni, in un comunicato in cui proponeva alla Francia uno scambio di prigionieri. Il mese successivo, un secondo comunicato dei GIA annunciava la morte dei religiosi: “Abbiamo tagliato la gola ai monaci”. Era il 21 maggio 1996. Nove giorni dopo vennero ritrovati i corpi.

Sacerdote della diocesi algerina di Orano (una delle quattro del Paese), padre Becker, di 44 anni, si trovava a Tibhirine, ospite del monastero di Nostra Signora dell’Atlante, nella notte in cui i fondamentalisti islamici rapirono padre Christian de Chergé, priore e suo caro amico, e gli altri sei trappisti. Non li ha più rivisti.

Senza entrare nei dettagli, in alcune dichiarazioni rilasciate recentemente ad “Avvenire” ha affermato che “quel che conta è l’eredità dei monaci di Tibhirine”.

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“Un messaggio di povertà, di abbandono nelle mani di Dio e degli uomini, di condivisione con tutti della fragilità, della vulnerabilità, della condizione di peccatori perdonati. Nella convinzione che solo disarmati si può incontrare l’islam e scoprire nei musulmani una parte del volto totale di Cristo”, ha sintetizzato.

Padre Becker è un testimone del contesto algerino. Non ha solo visto come vivevano i suoi amici a Tibhirine; era vicario generale ad Orano quando, il 1° agosto 1996, il suo Vescovo, monsignor Pierre Lucien Claverie, fu assassinato insieme ad un giovane amico algerino, Muhammed Pouchikhi.

Morto a 58 anni, il presule domenicano nato ad Algeri aveva dedicato tutta la sua vita al dialogo tra musulmani e cristiani; conosceva l’islam così a fondo che spesso era consultato sulla questione dagli stessi musulmani.

“Proprio il desiderio di accogliersi nella verità ci aveva convocati dieci anni fa a Tibhirine. Là si svolgeva in quei giorni l’incontro di ‘Ribat es-Salâm’, il ‘Legame di pace’, un gruppo di dialogo islamo-cristiano che mirava alla condivisione delle rispettive ricchezze spirituali attraverso la preghiera, il silenzio, il confronto delle esperienze”, ha proseguito padre Becker.

“Il ‘Ribat’ esiste ancora – ha confermato –, non ha rinunciato alla sfida della comunione con le profondità spirituali dell’islam. Così facciamo nostro il testamento spirituale di padre Christian de Chergé, che aveva maturato la scelta monastica dopo aver avuta salva la vita da un amico algerino durante la guerra di liberazione, mentre poi quell’amico, musulmano di grande spiritualità, era stato ucciso per rappresaglia”.

“Siamo oranti in mezzo a un popolo di oranti, amava dire il priore ai confratelli, i quali – tutti – avevano deciso di restare a Tibhirine anche quando la violenza era al massimo”, ha sottolineato padre Becker.

“Il monastero nel corso dei decenni si spogliò delle sue ricchezze, donò quasi tutta la sua terra allo Stato, condivise il suo grande giardino con il villaggio vicino… I monaci fecero una scelta di povertà: anche nel senso di abbandono totale alla volontà di Dio e degli uomini”, ha spiegato il sacerdote.

“E con la gente del villaggio nacque una grande fiducia, tanto che dieci anni dopo i fatti del 1996 al monastero non è sparito un chiodo, tutto è stato rispettato. Anche il futuro di quel luogo santo è nelle mani degli Algerini”.

Intervenendo alla videoconferenza mondiale – organizzata dalla Congregazione vaticana per il Clero – su “Il martirio e i testimoni della fede”, l’Arcivescovo Bruno Forte, membro della Commissione Teologica Internazionale, non ha esitato a citare il “testamento spirituale” del priore trappista Christian de Chergé, descrivendolo come “splendido esempio di come il martirio sia coronamento di un’intera vita di fede e di amore a Cristo e alla Chiesa”.

Martin Luther King e il suo sogno fondato sull’amore cristiano

Amore, perdono e compassione come forza per costruire un nuovo mondo

Diceva Martin Luther King in uno dei suoi famosi discorsi; “Noi sfidiamo la vostra capacità di farci soffrire con la nostra capacità di sopportare le sofferenze.metteteci in prigione, enoi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nell’ ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello alla vostra coscienza e al vostro cuore che alla fine conquisteremo anche voi, e la nostra vittoria sarà piena”.

Nel 1957 fonda la “Southern Christian Leadership Conference” (Sclc), un movimento che si batte per i diritti di tutte le minoranze e che si fonda su ferrei precetti legati alla non-violenza di stampo gandhiano, suggerendo la nozione di resistenza passiva. Per citare una frase di un suo discorso: “…siamo stanchi di essere segregati e umiliati. Non abbiamo altra scelta che la protesta. Il nostro metodo sarà quello della persuasione, non della coercizione… Se protesterete con coraggio, ma anche con dignità e con amore cristiano, nel futuro gli storici dovranno dire: laggiù viveva un grande popolo, un popolo nero, che iniettò nuovo significato e dignità nelle vene della civiltà.”. Il culmine del movimento si ha il 28 agosto 1963 durante la marcia su Washington quando King pronunci a il suo discorso più famoso “I have a dream….” (“Ho un sogno”). Nel 1964 riceve ad Oslo il premio Nobel_per la pace.

Nel mese di aprile dell’anno 1968 Luther King si recò a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri), che erano in sciopero. Mentre, sulla veranda dell’albergo, s’intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile: King cadde riverso sulla ringhiera, pochi minuti dopo era morto. Erano le ore diciannove del 4 aprile 1968.

La notizia della morte di Martin Luther King_raggiunse il senatore Robert Kennedy ad Indianapolis. Durante un comizio elettorale ne diede l’annuncio ad un pubblico sconvolto e chiese la riconciliazione tra le due parti, sottolineando fortemente quanto fosse necessaria.

Durante i discorsi RFK poneva spesso l’accento sul fatto che dovessero essere la compassione e l’amore a farci comprendere il mondo.

 

 

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Suor Dorothy Stang, prima martire del creato

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Suor Dorothy Stang. Questo il nome della religiosa americana caduta per mano di alcuni sicari nel2005 a Speranza, nel Brasile. Fu uccisa perché proteggeva le popolazioni indigene e le loro terre dalla speculazione selvaggia. Non era un’attivista contro la deforestazione dell’Amazzonia. Era una donna di Dio che si era schierata a favore dei più poveri e dei senza voce, e della terra devastata, anch’essa senza voce contro i giganti della speculazione. E’ stata uccisa. Ma persone come lei fanno capire che l’umanità ha ancora speranza e il futuro appartiene a chi porterà nel cuore l’amore al prossimo. L’amore vince anche se chi ha amato ha perso la vita per amare e per lasciare la sua testimonianza d’amore. (EC)

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Lorenzo Fazzini – Avvenire 16 luglio 2011

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Ora anche la “teologia del creato” – affacciatasi di recente nell’alveo degli studi sacri – ha la sua prima vittima testimoniale, come la definisce Valentino Salvoldi in Prima martire del creato (Paoline, pagine 206, euro 15), ricostruzione per metà biografica per metà riflessiva della vicenda di suor Dorothy Stang. Questo il nome della religiosa americana – avrebbe compiuto 80 anni il giugno scorso – caduta per mano di alcuni sicari (pagati da alcuni latifondisti) il 12 febbraio 2005 a Speranza, nello Stato del Parà, Brasile profondo.

Una location drammaticamente predefinita per questo omicidio “nobile”, che ha riacceso i riflettori sulla piaga della deforestazione in Amazzonia, soprattutto per i suoi nocivi effetti rispetto alle popolazioni indigene. Ancor oggi il vescovo di Xingú, dom Erwin Krautler (di cui suor Stang fu amica e collaboratrice), vive sotto scorta per la sua opposizione a progetti di sfruttamento ambientale. Il Parà, regione dove operò la suora Usa – evidenzia Salvoldi – è riconosciuto come uno degli Stati brasiliani dove maggiormente regna la violenza contro i contadini indifesi e l’impunità degli assalitori: il 40% dei 1237 omicidi di lavoratori rurali in Brasile tra il 1985 e il 2001 si è verificato in questa zona; di questi 521 assassini, solo 13 hanno avuto un responsabile condannato in tribunale.

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Suor Stang presentiva il suo martirio. Furono diversi gli avvertimenti che negli anni costellarono la sua azione a difesa dei contadini minacciati dai fazendeiros, bramosi di impossessarsi della terra. La prima minaccia risale addirittura al 5 agosto 1970: suor Dorothy lavorava a Coroatà quando un commando di uomini armati fece irruzione nel centro parrocchiale minacciando le suore che qui riunivano la gente per educarla ai propri diritti. Nel novembre 1987, in una lettera, percepisce un presentimento interiore: «La nostra situazione qui peggiora di giorno in giorno: i ricchi moltiplicano i loro piani per sterminare i poveri, riducendoli alla fame. Ma Dio è buono con il suo popolo».

E nel 2002 manda un messaggio esplicito ai suoi amici, dopochè il sindaco di Anapu, sua ultima destinazione missionaria, se n’era uscito con un secco «dobbiamo sbarazzarci di questa donna se vogliamo vivere in pace»: «So che vogliono ammazzarmi, ma io non me ne vado. Il mio posto è qui con questa gente che è continuamente umiliata da quanti si ritengono potenti». Ultimo, profetico segnale: nel 2004 – l’anno prima di venir uccisa – suor Dorothy viene insignita con la “Medaglia di Chico Mendes” da parte dell’Organizzazione brasiliana degli avvocati per i diritti umani. Quasi a riconoscerla erede – e tragicamente fu proprio così – del sindacalista, difensore degli ultimi, assassinato nel 1988.

Ma dunque perché considerare “martire” questa suora americana, nata in un’altra epoca (due figli in seminario, tre sorelle in convento), risvegliata alla missione da una famiglia profondamente cattolica (voleva andare in Cina a portare in Vangelo), inizialmente impegnata come professoressa a Phoenix (che contrasto tra la suora con il velo e il vestito religioso dei tempi americani, e l’agguerrita combattente in t-shirt e pantaloni in Amazzonia …)?

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Tutto sta in quella frase che Dorothy pronuncia a Ivan, un contadino che la stava accompagnando all’incontro con il suo destino, a Speranza, quel febbraio di 6 anni fa. Parole che, provvidenzialmente, si sovrappongono a quelle di un altro grande testimone della fede, Massimiliano Kolbe, il martire di Auschwitz. Scandì la religiosa d’Amazzonia: «Se oggi qualcosa di grave deve capitare, capiti a me e non agli altri che hanno una famiglia».

In una lettera che Salvoldi acclude nel suo volume (su suor Stang si può anche leggere Martire dell’Amazzonia, Emi), si condensa il lascito, umano e cristiano, di questa testimone di Dio e dell’uomo in una terra violenta e sfregiata: «Abbiamo bisogno, ora più di prima, di solidarietà, di compassione, di spirito comunitario tra di noi, in modo da non abbandonare l’ideale nutrito all’inizio per il nostro popolo: il popolo del regno di Dio qui sulla terra». Così la figura di suor Stang risulta riscattata da quell’immagine appiattente di una donna meramente ecologista, e nient’altro. «La nostra missione di stare con il popolo – in occasione dei 50° di professione religiosa – rende adesso urgente la sfida di vivere il Vangelo e di entrare nel terzo millennio con un progetto di una società alternativa, capace di donare vita».

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(in questa foto, il corpo di Sr. Dorothy Stang, trovato il 12 febbraio 2006)

Madre Teresa a 15 anni dalla morte. Un modello di umanità che sfida le attuali società e le sue culture

A 15 anni dalla morte, Madre Teresa insegna all’India la dignità umana

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Nirmala Carvalho

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Leader religiosi in preghiera attorno alla tomba della religiosa, beatificata nel 2003 da Giovanni Paolo II. P. Cedric Prakash, direttore del centro per diritti umani, giustizia e pace “Prashant”: “Impariamo dall’insegnamento di Madre Teresa, rivolgiamoci ai poveri dando loro dignità e valore. Solo così sconfiggeremo la corruzione”. Anche la nazionale di calcio argentina in visita alla tomba della beata.

Mumbai (AsiaNews) – “Ogni giorno circa 10 persone muoiono a Khaligat. Si spengono con dignità e col sorriso, toccati dall’amore di Cristo che Madre Teresa e le missionarie portano loro”. Suor Alex, una Missionaria della carità che lavora al Nirmal Hriday (Casa del cuore puro), ricorda la religiosa di Calcutta – beatificata da Giovanni Paolo II nel 2003 – nel giorno della sua memoria liturgica, che è anche la data della sua morte. Oggi, intorno alla sua tomba nella sede delle Missionarie della carità a Calcutta, leader religiosi cristiani, indù, musulmani e jainisti si sono raccolti in preghiera, sul tema: “Amatevi come io vi ho amato”. Inoltre a Ernakulam (Kerala), si conclude oggi una mostra sulla vita e le attività di Madre Teresa (28 agosto – 5 settembre).

Il Nirmal Hriday di Khaligat è il primo ospizio fondato da Madre Teresa nel 1952, per raccogliere, curare e pulire i moribondi abbandonati nelle strade di Calcutta. “In questa Casa – spiega la religiosa – abbiamo fatto ricongiungere decine di migliaia di persone a Dio. Li abbiamo lavati. Li abbiamo rivestiti. Sono morti con dignità, sapendo che negli ultimi momenti erano amati”.

Sr. Alex sottolinea: “La gente è assetata d’amore, ma non solo di amore umano, perché le nostre anime sono create per Dio. Negli occhi dei poveri moribondi che vengono portati qui a Khaligat c’è spesso una disperazione senza speranza. Poi, subito dopo essere ‘toccati’ dalle cure e dalla compassione delle missionarie, sono infusi di dignità. Nonostante il loro respirare a fatica, sono ristorati e muoiono sorridendo, circondati dall’amore di Gesù. Tutte le comodità del mondo non possono saziare la sete che l’essere umano ha dentro di sé, solo Cristo può dissetarli”.

Per il gesuita p. Cedric Prakash, direttore di Prashant, centro per diritti umani, giustizia e pace con sede ad Ahmendabad, Madre Teresa “rappresenta una sfida per ciascuno di noi”, e la sua opera deve essere d’insegnamento anche nella lotta contro la corruzione. Negli ultimi mesi il governo indiano ha portato in Parlamento un disegno di legge anticorruzione (Lokpal Bill), che ha però incontrato le resistenze del “gandhiano” Anna Hazare. Attraverso continui scioperi della fame, l’attivista ha al momento bloccato l’esame in Parlamento, nella speranza di presentare una propria proposta di legge. “L’India – spiega il sacerdote – ha bisogno dei valori che Madre Teresa ha rappresentato, nutrito e testimoniato con tutta la sua vita”.

Ieri, anche la nazionale argentina di calcio, in India per una partita contro il Venezuela, ha reso omaggio alla tomba di Madre Teresa.

Unarticolo scritto per AsiaNews il 05/09/2011

L’eredità di padre Giovanbattista Cappellaro. Cosa direbbe oggi (2012)

Uno dei massimi leader spirituali del Movimento per un Mondo Migliore, padre Cappellaro continua ad ispirarne l’anima

Padre Giovanbattista Cappellaro (Juan Bautista, per quelli che lo chiamavano col suo nome in spagnolo, era un prete diocesano di Buenos Aires, nato a Udine. Emigrato a 9 anni in Argentina, maturò lì la sua vocazione sacerdotale. Era già attivo nel Movimento quando fu chiamato, nel 1969, da padre Riccardo Lombardi, a trasferirsi a Roma per occuparsi del Centro Internazionale di Spiritualità. Da quel momento padre Cappellaro sarebbe stato uno dei massimi ispiratori del Movimento fino alla sua morte sopraggiunta il 24 agosto 2008.

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Uno stralcio dell’intervista fatta a don Gino Moro, in occasione del quarto anniversario dalla morte ( 24 agosto 2011)

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Cosa ci direbbe padre Cappellaro oggi? Forse attirerebbe la nostra attenzione sul quadro mondiale e sul fatto che finché l’economia non rinascerà su nuove basi scientifiche ed etiche, misurare su tutti i popoli della terra, non usciremmo dalla crisi. Ci domanderebbe:_in questi mesi di crisi, cosa c’è in gioco? La fine di un sistema ce non vuol morire. Serve – ci direbbe – una nuova immagine di economia, un nuovo sistema economico. Occorre rifare il mondo da capo, occorre trasformare il sistema economico da uno selvaggio a uno_umano, sobrio e solidale, secondo un’economia mondiale etica, per chi usa un’intelligenza illuminante e secondo il piano di Dio per chi crede nel Vangelo.

Deve rinascere il mondo. Se l’economia resta dominio delle lobby, della finanziarizzazione selvaggia, finché viviamo al di sopra delle nostre possibilità basandoci sul debito degli Stati, finché i limitiamo a restaurarla senza ricrearla, non usciremmo fuori di questo ciclo infernale che dopo aver ridotto alla fame ¾ del mondo, ora riduce anche noi. È solo un esempio della legge generale che solo chi sa rinascere diverse volte lungo l’arco della sua esistenza, resta vivo. Altrimenti muore e diffonde tristezza, paura e morte attorno a sé.

Ma dentro e alla fonte dell’economia, ci direbbe padre Juan Bautista, c’è una domanda di una nuova spiritualità. C’è una domanda di un nuovo modello di mondo, di relazioni umane, c’è una domanda di pace. E la fede della Chiesa è sfidata da questa nuova e potente domandaè una sfida che sconvolge il cuore stesso di ogni processo di testimonianza cristiana e di evangelizzazione. È qui il cuore di p. Cappellaro. Era un uomo di Dio, del Dio Trinità.

Questa era la sua casa.

Discorso di Madre Teresa, in occasione del ricevimento del premio Nobel per la pace 1979

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In quell’occasione, chiede e ottenne dal Re di Svezia di non tenere il pranzo da cerimoniale, in rispetto degli ultimi della terra. Sono i cuori dei poveri di Dio che muovono il mondo.

Il celebre discorso di M.Teresa di Calcutta alla consegna del nobel per la pace del 1979 nel quale parla dell’aborto come minaccia alla pace; celebre la frase: ” SE UNA MADRE PUO’ UCCIDERE SUO FIGLIO CHI IMPEDISCE AGLI UOMINI DI UCCIDERSI TRA DI LORO?

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