La trasfigurazione di Gesù e i discepoli. Tra “sindrome della capanna” ed esigenze della missione.

La sindrome della Capanna, applicata alla vita cristiana, si manifesta nella ricerca di una vita spirituale confortevole, senza scossoni, dove Gesù è sentito come presenza consolatrice. E’ una vita spirituale come chi sta in casa sempre “in pigiama e pantofole” e senza alcuna intenzione di uscire. E’ l’esatto opposto della missione cristiana, che consiste, al contrario, in una forte inquietudine interiore, nella spinta a uscire, a rischiare, a mettersi in gioco e a mettere in gioco tutto perché il vangelo arrivi a tutti”.

Commento al vangelo della Festa della Trasfigurazione di Gesù

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Ogni autentica vita spirituale è una vita in “tensione”, con un andamento oscillatorio, mai lineare, tra altri e bassi. Il cuore umano compie circa 60/70 battiti al minuto. Quando una persona ha raggiunto i 50 anni, il cuore ha compiuto circa un miliardo e mezzo di battiti. Quanta tensione, quanta fatica avrà dovuto sopportare il cuore, nel suo dilatarsi e contrarsi, per far vivere un essere umano? Se il cuore non stesse in tensione, se l’elettrocardiogramma fosse piatto, il cuore sarebbe morto, così come l’organismo che teneva in vita.

La tensione non è solo fatica. È vita. Così è la dinamica della vita spirituale. L’anima sta sempre in tensione e oscilla fra due estremi: il lasciarsi andare a una prigionia interiore appiattita e senza sbocco e lo slancio verso livelli più alti di esistenza.

Anche per gli apostoli fu così. Quando Gesù spezzò i sogni di gloria degli apostoli e annunciò che sarebbe morto in croce, improvvisamente la loro vita precipitò nello scoraggiamento, nel disorientamento, dentro in una zona grigia, senza luce, come una sorta di penombra permanente.  

Per ridare coraggio a un gruppo in preda alla paura, Gesù porta Pietro Giacomo e Giovanni su un monte e si trasforma davanti a loro. Appare in sembianze divine in mezzo a Mosè ed Elia. Nel trasfigurarsi, Gesù apre loro come una finestra sulla gloria di Dio e sull’eternità in lui. È un messaggio di incoraggiamento e di risveglio. È un invito a una nuova ripartenza.

Pietro, estasiato da questa visione, propone di costruire tre capanne e di fermare nel tempo questa visione. C’è una sindrome che porta questo nome: la sindrome della capanna. I tre apostoli stanno talmente bene dentro lo spazio confortevole di quella visione, che non vogliono più uscire e tornare alla realtà della vita con le sue prove e la sua durezza. Non vogliono più sentire parlare di croce.

Davanti alla tentazione di chiuderci nella ricerca di una vita spirituale comoda e disimpegnata, dobbiamo guardare attorno a noi i tanti giovani, gli uomini e donne crocifissi dalla vita e che cercano salvezza.

Il nostro è un tempo di missione a 360 gradi. Questo non è il tempo per vivere un cristianesimo “in pigiama e pantofole”. È tempo di evangelizzazione. È tempo di uscire, di mettersi in gioco e di rischiare tutto perché a tutti arrivi il vangelo.

 

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