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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

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Siamo alla fine “un” mondo, non alla fine di “del” mondo…. “Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite”. (Lc, 21-5-19)

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Oggi molte famiglie cristiane preferiscono passare la domenica in un centro commerciale.
I pellegrinaggi verso santuari sono diventati un misto fra gita e turismo religioso. Si arriva al punto che aziende che vendono pentole e materassi organizzano pellegrinaggi verso santuari di richiamo e pagano metà del costo a tutti i pellegrini, a patto che questi siano disposti a partecipare ad una dimostrazione che si tiene nell’albergo presso il santuario e che, ovviamente, qualcuno compri i loro prodotti. Il pellegrinaggio è usato a scopi commerciali.
Il pellegrinaggio, un tempo, era un momento sacro, in viaggio fatto di fatica e penitenza che aveva come meta in luogo santo e l’incontro liberatore con Dio.
Oggi tutto quello che riguarda Dio sembra indifferente. Una cosa vale l’altra e tutto va bene. Purché “ci lascino stare in pace”. Ogni richiamo alla conversione viene recepito come irritante e indisponente.
Qualcosa di profondo è mutato nell’esperienza religiosa dell’uomo contemporaneo.
Quando Cristo annuncia la fine della grande costruzione del Tempo di Gerusalemme, non sta parlando della fine del mondo, come inteso a livello popolare, ma della fine di “un” mondo. Cosa significa?
Oggi noi siamo alla fine di “un” mondo, che continua a vivere solo nelle mente delle persone che non vedono il cambiamento in atto, persone che continuano a pensare che tutto sommato va tutto bene.
Il mondo che nascerà dipenderà dalla perseveranza dei suoi discepoli i quali, con la resistenza davanti alle cose che mutano, conserveranno la fede e porranno le basi per una umanità nuova e per un cristianesimo rinnovato.
Il vangelo è un forte richiamo al ritorno alle radici della fede e all’adesione a Cristo con la propria vita.

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Ascolta il Vangelo:

http://www.lachiesa.it/bibbia/cei1974/mp3/Lc-21.5.mp3
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Omelia del giorno 2019 (9 min):

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Clicca qui per ascoltare l’audio-riflessione 2016 (17 min):

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INTRODUZIONE

Gesù e gli apostoli sono nel Tempio di Gerusalemme. In questo anno liturgico giunto ormai alla fine, ci siamo lasciati accompagnare dall’evangelista Luca, il quale narra la missione di Gesù come un lungo viaggio verso Gerusalemme. E durante questo viaggio, sono avvenuti tutti i fatti narrati, tutta la predicazione, i segni, le guarigioni.

Adesso il viaggio è terminato. L’ingresso nel Tempio, luogo della dimora di Dio in Israele, ne segna la conclusione. I compagni di viaggio di Gesù sono ammirati dalla grandezza del luogo, dalla sua bellezza e gloria.

Gesù coglie l’occasione per dare un importante insegnamento sul tempo che resta. Il tempo dell’umanità, prima della fine del mondo. E mentre gli apostoli chiedono a Gesù di sapere quando sarà la fine, Gesù cambia argomento. Non è importante saperlo. E’ una delle cose meno importanti al mondo.

Gli apostoli, distolti nella loro contemplazione del Tempio e trascinati da Gesù in una catechesi sulla fine, chiedono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». La fine del mondo mette paura. Essi vogliono sapere; noi… vogliamo sapere. Vogliamo conoscere il giorno, l’anno e l’ora, perché il nostro inconscio crede di poterci rassicurare con le informazioni che possediamo, oppure perché, sapendo, possiamo tirare un sospiro di sollievo, perché quanto accadrà, riguarda i nostri discendenti e non noi.

E’ vero che Gesù descrive scenari da paura, ma ci sta dicendo che queste non sono la fine.

La stessa idea di “fine del mondo” come noi la possiamo immaginare, spesso non è coerente col Vangelo. Gesù parla della fine. Ma non ci descrive come avverrà. Ci dice che nel corso di questo tempo che resta prima della fine avverranno fatti terrificanti, ma sono quelli già in atto.

La fine del mondo non si è avvicinata di più perché l’uomo ha fatto due guerre mondiali e perché oggi, in ogni parte del mondo, sentiamo parlare di inondazioni, di terremoti e di guerre. Di nuovo, questi sono solo i segni che fanno parte della storia degli uomini. La storia umana sarà ancora caratterizzata da queste vicende dolorose, ma proprio perché si tratta di vicende umane, esse non costituiscono la fine.

Dunque “la fine” non è da intendersi in senso catastrofico, ma nel senso di compimento.

Quando avverrà la fine, essa sarà sempre sempre un atto di conclusione di tutte le cose… di compimento dell’Amore di Dio… e di tutto nell’Amore di Dio. San Paolo ci dice che la fine sarà il momento in cui tutto ciò che è esistito sarà ricapitolato in Cristo. Il libro dell’Apocalisse ci dice che la fine sarà il momento in cui non vi sarà più bisogno di luce del sole né di luce di una lampada, perché Cristo stesso sarà la luce che illuminerà tutto ciò che sarà in Lui ricapitolato. E non vi sarà più pianto né dolore. Dio stesso asciugherà ogni lacrima dal volto di chi ha sofferto.

Il discorso sulla fine del mondo è dunque una chiamata a chi crede in Cristo e professa la sua fede in lui nella Chiesa. La chiamata ad essere costruttori del Regno di Dio, attraverso la fraternità tra gli uomini e i popoli, quando, invece, tutto sembra annunciare solo morte e distruzione.

(continua nell’audio-riflessione)

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