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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C

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“Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero” (Lc 17,11-19)

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Ascolta il Vangelo: 

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Omelia del giorno 2019 (15 min)

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Catechesi audio 2016 (13 min): 

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INTRODUZIONE

ll vangelo di oggi parla di guarigione e gratitudine. E distingue nettamente tra guarigione e salvezza.

Quando parliamo di salvezza, è possibile che regni un po’ di confusione. Nella società tradizionale di un tempo, con la parola “salvezza” si indicava chiaramente l’accesso al cielo e il godimento della visione beatifica di Dio.

Nella società moderna, che crede che il senso della vita si realizzi nel consumo sempre più sfrenato di beni materiali, la visione del cielo, così viva nell’immaginario dei nostri avi, pur con i molti limiti di una visione popolare, si è sbiadita. La salvezza dell’anima, come si diceva un tempo – in una espressione che conserva tutta la sua attualità – oggi è sostituita con una idea di salvezza che consiste nel riscatto sociale e nell’aumento del proprio status sociale. Anche per i poveri nel mondo, una visione sbiadita della dimensione religiosa della vita finisce per far coincidere salvezza con cessazione della povertà e accesso a un livello di vita proprio dei ricchi e dei paesi ricchi.

Oggi il vangelo ci riporta al cuore delle cose.

Se i dieci lebbrosi sono simbolo dell’umanità, prostrata dalla lebbra del peccato e da molti mali del nostro tempo, Cristo si rivela ancora Colui che libera dalla lebbra, ossia dalla morte provocata dal peccato.

Prostrandoci a Lui e adorandolo come Signore, amandolo ad li sopra di ogni altra cosa, fidandoci di Lui, Egli è capace di penetrare, per mezzo del suo Spirito, nelle ferite più nascoste della nostra vita, nelle crepe di quella lebbra spirituale dove si nasconde il male che divora l’uomo dal di dentro, e lo libera, lo guarisce, lo rigenera e lo salva.

Nei vangeli, la guarigione da un male, fisico o morale, è iniziativa di Dio. Ma la guarigione non è la salvezza. Dio può guarire un uomo anche senza la sua cooperazione, perché è onnipotente. Ma la salvezza supera la guarigione, perché non tocca solo il corpo, ma tutto l’uomo: corpo, anima e spirito. Per accedere alle sorgenti della salvezza l’uomo deve professare la sua fede in Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo. L’iniziativa di Dio è sempre il ori o passo, ma la salvezza esige il consenso dell’uomo.

Molti tra coloro che invocano Cristo, anche cristiani, cercano miracoli, non la salvezza. Come i lebbrosi, nove dei quali guariti ma indifferenti davanti a Colui che li ha guariti, rischiamo di invocare l’intervento di Dio solo perché ci può dispensare grazie e favori.

E’ la fede che costituisce la porta di accesso alla salvezza, non i miracoli. Meno che mai la ricerca costante di miracoli.

Il fatto, poi, che sia un samaritano l’unico a ringraziare Gesù, ricorda ai discepoli di ogni tempo che il loro cuore non deve essere mai chiuso nei confini di alcuna forma di nazionalismo o campanilismo. Il discepolo è portatore di un messaggio da parte di Gesù che è rivolto a tutti, a ogni uomo e donna, a ogni nazione, e non si chiude mai entro i confini di un gruppo privilegiato.

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