Tra persecuzioni e indifferenza dell’Occidente il cristianesimo muore in Iraq e Nigeria

Nigeria e Iraq, il massacro dei cristiani che l’Occidente non vuol vedere

di Massimo Introvigne e Valentina Colombo – Bussola Quotidiana  18-07-2014

La “N”, come Nazareno, tracciata in arabo a marchiare le case dei  cristiani, a segnalare il nemico da cacciare, uccidere, affamare. Le scritte sui muri di Mosul, capitale del califfato islamico, ricordano le stelle gialle cucite dai nazisti sulle casacche degli ebrei. In dieci anni la presenza dei cristiani si è ormai ridotta al lumicino. E la stessa cosa sta accadendo nel nord della Nigeria, dove i terroristi islamici di Boko Haram dettano legge: più di 10mila cristiani uccisi. E Onu, Usa ed Europa – per cinici calcoli politici o per ideologia – stanno a guardare.

Così il cristianesimo muore in Iraq

di Valentina Colombo

L’ultimo fatto è il marchio a Mosul sulle abitazioni dei cristiani, costretti ad andarsene o a convertirsi. Ma è solo l’ultimo atto di una persecuzione andata crescendo dal 2003 e che con l’arrivo dei jihadisti dell’ISIS sta arrivando alla soluzione finale, nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale.
Tra il 16 e il 17 luglio il sito iracheno assiro www.ankawa.com ha pubblicato la triste notizia dell’ennesimo caso di persecuzione dei cristiani e delle minoranze non sunnite in Iraq. L’ingresso dei terroristi dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante nella città di Mosul, la seconda città irachena dopo la capitale Baghdad, che impongono l’applicazione della sharia a tutti gli abitanti ha avuto come diretta conseguenza l’attacco immediato a quel che resta della comunità cristiana nella città.

Già nel febbraio 2014 a Raqqa, in Siria, lo Stato Islamico di Iraq e del Levante aveva imposto, tramite un comunicato, ai pochi cristiani rimasti regole e restrizioni che ricalcavano il cosiddetto patto di Omar – citato anche nello Statuto di Hamas. In base a questo documento, dalla dubbia autenticità, ma considerato autentico dai jihadisti di ogni estrazione, non solo i cristiani non devono costruire nuovi monasteri, chiese o conventi nelle città e nelle zone circostanti, non devono impedire ai loro parenti di convertirsi all’islam qualora lo desiderino, non devono vestirsi come i musulmani, non devono chiamarsi con nomi musulmani, non devono esporre il crocefisso né nessun loro libro sacro innanzi ai musulmani; ma devono anche versare la tassa di capitazione (la jizya) al fine di ottenere la “protezione” dello Stato islamico.

Ebbene, se non si ha la certezza che a Mosul sia stata richiesta la jizya, le immagini riportate da Ankawa mostrano la “marchiatura” delle case dei cristiani con la lettera araba nūn che è l’iniziale dell’aggettivo nasrani, cristiano. A seconda del caso accanto alla lettera nūn  si ha la scritta sākin, residente (foto 1), a indicare che il cristiano vive ancora, seppur temporaneamente, nella propria dimora, oppure la scritta ‘aqārāt al-dawla al-islamiyya, “immobili dello Stato islamico” (foto 2), a indicare il “passaggio di proprietà”. La stessa modalità è stata utilizzata per segnalare anche le dimore degli sciiti che vengono individuate dalla lettera rā’   iniziale dell’aggettivo rāfidi, letteralmente “colui che rifiuta” e che è il dispregiativo utilizzato dai sunniti per gli sciiti. Nei giorni scorsi l’ISIS sempre a Mosul avrebbe reso noto il divieto, in nome dell’islam, a consumare alcolici e a fumare sigarette.

Iraq, al pari della Siria e più in generale dell’intero Medio Oriente, sta purtroppo assistendo alla scomparsa della presenza cristiana sul proprio territorio. I cristiani si sono trovati innanzi a due scelte: la migrazione o la persecuzione. L’Index mondial de la persecution, a cura dell’ONG internazionale Portes Ouvertes, presenta dati inconfutabili: nel 2014, così come nel 2013, l’Iraq si colloca al quarto posto tra i paesi più violenti nei confronti dei cristiani a fronte dell’ottavo posto che occupava nel 2011 e del diciassettesimo del 2010.

Merita particolare attenzione poiché valido spunto di riflessione su quanto sta accadendo a Mosul e nella vicina Ninive, la toccante intervista rilasciata al quotidiano libanese al-Nahar da Emil Shimun Nona, vescovo dei Caldei a Mosul. Il religioso conferma, in primo luogo, quanto appena affermato sul numero in costante calo dei cristiani. Nel momento in cui i terroristi dell’ISIS sono entrati a Ninive “i cristiani erano già pochi: rimangono solo 50 famiglie, circa 200 persone, a fronte di una presenza originaria di 4000 cristiani.” Emil Shimun Nona narra altresì che “le milizie armate hanno assediato la sede del Patriarcato caldeo a Mosul, l’hanno circondata e vi hanno issato il loro stendardo. […] Hanno fatto irruzione nella cattedrale siro-ortodossa sottraendo il crocifisso e due giorni fa sono entrati in un’altra chiesa.” Narra anche di come, in nome di una presunta iconoclastia islamica, abbiano distrutto una statua della Vergine Maria all’ingresso del Patriarcato.

Il vescovo ribadisce che la condizione attuale non rappresenta una novità, che la persecuzione non è iniziata con l’ISIS, ma ha subito un’escalation a partire dal 2003 ovvero con la prima ondata jihadista che ha sconvolto il paese nell’epoca post-saddamiana. Il macroscopico errore della gestione americana aveva licenziato l’esercito del dittatore dandolo in pasto al terrorismo islamico. Il primo vero attentato risale al 26 giugno 2004 quando fu lanciata una bomba a mano contro la Chiesa del Santo Spirito nel quartiere di al-Akhà proprio a Mosul.

Il 1 agosto 2004 sei autobomba esplodevano a pochi minuti di distanza l’una dall’altra davanti a cinque chiese cristiane, quattro a Baghdad e una a Mosul. A pochi giorni di distanza, il 7 agosto 2004, l’episcopato caldeo e una chiesa armena ortodossa di Mosul venivano distrutte da esplosioni. Il 29 gennaio 2006 alcune autobomba esplodevano davanti all’ambasciata vaticana e davanti a quattro chiese a Kirkuk e Baghdad. Il 9 ottobre il sacerdote siro-ortodosso Paulos Iskandar veniva rapito a Mosul e sarebbe stato ritrovato decapitato due giorni dopo.  La stessa sorte sarebbe toccata il 26 novembre a Mondher Saqa, pastore di una chiesa cristiana evangelica di Mosul, che fu rapito e ritrovato morto il giorno seguente.

Il 3 giugno 2007, sempre a Mosul il giovane parroco caldeo Raghid Aziz Ganni, la cui automobile fu fermata da uomini armati, viene freddato con i tre suddiaconi che lo accompagnavano. Il 6 gennaio 2008, vigilia del Natale ortodosso, a Mosul la chiesa caldea di San Paolo fu semidistrutta da un’esplosione. Sempre a Mosul vennero presi di mira anche un orfanotrofio delle Sorelle Caldee e il convento delle suore domenicane a al-Jadida. Lo stesso giorno a Baghdad, nella zona settentrionale di Za’franiyya, furono colpite una chiesa ortodossa, la chiesa caldea di Mar Girgis, la chiesa caldea di San Paolo, dove fortunatamente il dispositivo viene disinnescato prima dell’esplosione, e un convento di suore. Tre giorni dopo esplodeva un’autobomba nei pressi della cattedrale caldea del Sacro Cuore e la chiesa di Sant’Efrem dei siro-ortodossi a Kirkuk.

Il 29 febbraio 2008 fu rapito un altro prelato, l’arcivescovo caldeo di Mosul, Paulos Faraj Rahho, mentre i suoi tre accompagnatori vennero uccisi. Come un copione che si ripete, il cadavere dell’arcivescovo sarebbe stato ritrovato il 12 marzo.  Dalla città sul Tigri, nei mesi successivi, fuggirono migliaia di famiglie cristiane, soprattutto verso il Libano e la Siria. Il 5 aprile 2008 a Baghdad venne ucciso a colpi d’arma da fuoco il sacerdote siro-ortodosso Youssef Adel. Dopo i delitti del 2008 si assisté a una nuova ondata migratoria, oltre 15.000 cristiani abbandonarono il Paese alla volta di Siria, Libano e Turchia. Tra il 2005 e il 2009, i cristiani fuggiti da Baghdad, Bassora e Mosul si sono rifugiati in Kurdistan, nella capitale Erbil. Qui il sobborgo di Ankawa, cittadella cristiana di Erbil, è passato da 8.000 a oltre 35.000 abitanti cristiani. Ad Ankawa hanno trasferito la propria sede persino il seminario di Baghdad e la facoltà teologica della capitale.

Il 31 ottobre 2010 si è avuto quello che è stato definito “il più sanguinario attacco dalla fine della seconda guerra mondiale contro i cristiani iracheni”: un gruppo di terroristi ha fatto irruzione nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza di Baghdad, nel quartiere di Karrada, e ha preso in ostaggio i fedeli. Il successivo blitz congiunto delle forze di sicurezza irachene e soldati americani si è trasformato in un massacro con almeno 58 morti e 75 feriti. L’attentato è stato in seguito rivendicato dall’Organizzazione per lo Stato Islamico in Iraq, l’allora braccio iracheno di Al Qaeda, con un comunicato in cui si affermava quanto segue: “Un gruppo di mujahidin ha effettuato un’incursione contro uno degli osceni rifugi dell’idolatria, utilizzato da sempre dai cristiani in Iraq come quartiere generale nella lotta contro l’islam e nel sostegno di coloro che combattono la religione”.

In Iraq la persecuzione religiosa è ormai così sistematica che la Commissione USA sulla libertà religiosa ha da tempo inserito il paese nella lista dei “paesi particolarmente preoccupanti” .

Per ritornare all’attualità e all’occupazione di Mosul da parte dell’ISIS, il vescovo rimarca anche l’assenza del governo centrale quando denuncia la scomparsa improvvisa e non annunciata dell’esercito e delle forze di polizia. Non solo, ma sottolinea che, al momento dell’intervista, “ci ha contattati solo il governatore di Mosul, ma non ha affrontato la questione della sicurezza poiché di pertinenza del governo centrale”.

La condizione di quel che rimane dei cristiani in Iraq è quindi da un lato minacciata dalle armi del terrorismo dell’ISIS, dall’altro aggravata dall’indifferenza del governo iracheno che è sempre più impegnato ad assicurare la propria sopravvivenza. Non fa ben sperare nemmeno la recente nomina a portavoce del Parlamento di Salim al-Jabburi del Partito islamico iracheno, espressione politica dei Fratelli musulmani.

Purtroppo nei prossimi anni qualora l’Iraq, così come la Siria, dovesse perdere posizioni nella triste classifica dell’Index mondial de la persecution potrà essere solo dovuto all’assenza di cristiani sul territorio. La speranza è che i cristiani del Medio Oriente che hanno riparato in Occidente non si ritrovino a dovere affrontare una simile persecuzione da parte dei jihadisti che dall’Europa e dagli Stati Uniti sono partiti per Iraq e Siria e che, se non troveranno la morte combattendo il jihad sulla via di Allah, ritorneranno a casa ben addestrati, militarmente e ideologicamente, e colmi di odio per l’altro, chiunque esso sia.

«Dialogo inutile, con Boko Haram servono le armi»

di Massimo Introvigne

Boko Haram, il gruppo terrorista nigeriano, prospera grazie alla timidezza e alle complicità dell’Occidente e anche a un’eccessiva insistenza su un impossible dialogo di settori delle Chiese e comunità cristiane. È quanto afferma l’avvocato Emanuel Ogebe, uno dei maggiori specialisti mondiali di Boko Haram.

Boko Haram, il gruppo terrorista nigeriano che ha ucciso oltre diecimila cristiani e continua a rapire ragazze cristiane per costringerle a sposare musulmani, prospera grazie alla timidezza e alle complicità dell’Occidente e anche a un’eccessiva insistenza su un impossible dialogo di settori delle Chiese e comunità cristiane.  È quanto afferma, in questa intervista esclusiva a La Nuova Bussola quotidiana, l’avvocato Emanuel Ogebe, che è coordinatore del Gruppo misto di avvocati statunitensi e nigeriani che studia gli aspetti legali della crisi nigeriana ed è uno dei maggiori specialisti mondiali di Boko Haram.

Avvocato, anzitutto che cos’è e che cosa fa lo U.S.-Nigeria Law Group, di cui lei è coordinatore?

Studiamo la situazione nigeriana nei suoi aspetti politici e legali nazionali e internazionali. In Nigeria sono commessi crimini, che devono essere puniti. È anche importante che i Paesi occidentali e le organizzazioni internazionali definiscano ufficialmente Boko Haram come gruppo terroristico, perché da questa definizione il diritto internazionale fa discendere conseguenze molto concrete, a partire dal blocco dei conti bancari esteri di Boko Haram e dei finanziamenti che gli arrivano dall’estero. Abbiamo lavorato per anni per ottenere che il 13 novembre 2013 gli Stati Uniti includessero Boko Haram nella loro lista di organizzazioni terroristiche, e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite facesse lo stesso il 22 maggio 2014, designando Boko Haram come parte del network internazionale di al-Qaida. Buona ultima anche l’Unione Europea il 2 giugno 2014 ha definito ufficialmente Boko Haram un gruppo terroristico. Il nostro lavoro però ha avuto molti oppositori, e per questo si è giunti a questi provvedimenti con ritardo, quando da anni la natura terroristica di Boko Haram era ormai chiara a tutti, e i morti avevano raggiunto il numero medio di cento alla settimana, con punte di cento morti al giorno nelle ultime settimane, quelle successive ai rapimenti delle ragazze. Ma meglio tardi che mai…

Qualche volta leggiamo sui giornali occidentali che Boko Haram è un movimento che vuole imporre la legge islamica, la sharia, negli Stati della Federazione Nigeriana dove principalmente opera, cioè gli Stati del Nord della Nigeria a maggioranza musulmana. Tuttavia in nove Stati nigeriani la sharia c’è già, e in altri tre Stati c’è per le parti del loro territorio dove i musulmani sono maggioranza. Che cosa vuole di più Boko Haram?

Noi siamo un’organizzazione di avvocati e l’introduzione della sharia in questi Stati – e la sua estensione dal diritto civile a quello penale – pone complessi problemi legali, dove si intrecciano il diritto dei singoli Stati e il diritto costituzionale federale nigeriano. Interveniamo costantemente a difesa della libertà religiosa dei non musulmani, e per la verità anche dei musulmani che hanno idee diverse rispetto a quelle dei fondamentalisti. In teoria, la sharia introduce un regime legale differenziato per i musulmani e i non musulmani. In pratica ci sono norme che riguardano, per esempio, la modestia dell’abbigliamento femminile, l’adulterio, la vendita di alcool, la possibilità di predicare religioni diverse dalla musulmana (e non solo di praticare queste religioni nel chiuso delle chiese) che i tribunali di questi Stati pretendono talora di applicare anche ai cristiani. Qualche volta interviene la Corte Suprema federale, sulla base del principio di libertà religiosa che la Costituzione nigeriana garantisce, ma non sempre. Boko Haram chiede che sia formalmente dichiarato che la sharia nella Nigeria del Nord si applica a tutti, musulmani e non musulmani. Il suo scopo ultimo è l’espulsione dei cristiani dalla Nigeria del Nord e l’instaurazione di una teocrazia islamica. Di fatto, ha già costituito uno Stato nello Stato, che controlla militarmente parti del territorio nigeriano.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno a lungo resistito alla vostra proposta di designare Boko Haram come organizzazione terroristica. Perché?

L’amministrazione Obama, specie prima delle elezioni del 2012, aveva bisogno di sostenere che le vittime del terrorismo di matrice fondamentalista islamica nel mondo sono diminuite grazie alla sua azione. Se in questo conto però si includono le persone uccise da Boko Haram si arriva alla conclusione contraria: da quando Obama è diventato presidente, le vittime del terrorismo che nasce dal fondamentalismo islamico non sono diminuite, sono aumentate. Di qui la necessità politica per Obama di escludere Boko Haram dal novero delle organizzazioni terroristiche e quindi da questo conteggio. Ma dietro a questo motivo strettamente politico ed elettorale ce n’è uno culturale, molto più grave e che coinvolge anche l’Unione Europea. Si tratta di un malinteso multiculturalismo, per cui le cause di crisi come quella nigeriana non sarebbero religiose ma solo politiche ed economiche. Il problema sarebbe la povertà. È perché sono poveri, si dice, che i musulmani di alcune regioni nigeriane ricorrono alla violenza. Questo argomento è totalmente falso: l’ideologia di Boko Haram è un’ideologia religiosa e va affrontata sul suo terreno. Porta anche a conseguenze paradossali: abbiamo visto organizzazioni internazionali destinare fondi, anziché ai cristiani perseguitati in Nigeria, a gruppi musulmani di dubbie credenziali, con il rischio che in qualche caso alla fine il denaro sia arrivato proprio a Boko Haram. Naturalmente, Boko Haram è finanziato anche da organizzazioni e regimi musulmani, e ha ricevuto armi dall’Iran e dagli Hezbollah libanesi. Il governo nigeriano, guidato da un presidente cristiano, certamente non è favorevole a Boko Haram, ma mostra eccessivi timori nel fare nomi e cognomi dei suoi finanziatori nazionali e internazionali. Anche la comunità musulmana nigeriana, che non è certamente composta tutta da terroristi o da amici di Boko Haram, è stata molto timida nel condannare il terrorismo e le atrocità contro i cristiani. Una personalità musulmana che gode di grande credito in Nigeria e anche all’estero come il Sultano di Sokoto ha denunciato presunti eccessi della repressione militare contro Boko Haram – con imprecisioni sospette, considerato che ha un passato da militare – ma non ha mai condannato in modo netto e radicale l’organizzazione terroristica.

Alcuni esponenti del mondo politico statunitense ed europeo affermano di ricevere però messaggi contraddittori anche dai leader cristiani, protestanti e cattolici, che sembrano divisi al loro interno. C’è chi propone un dialogo con Boko Haram e chi sostiene al contrario che questo dialogo è impossibile….

È vero che i leader religiosi cristiani, compresi i vescovi cattolici, sono divisi tra loro. Alcuni – mi assumo la responsabilità di questa affermazione – sembrano vittime anche loro dell’ideologia multiculturalista e della cattiva sociologia per cui le cause del conflitto sono solo politiche ed economiche, mentre sono principalmente religiose. E anche di una ideologia del dialogo interreligioso con tutti e a ogni costo. Altri hanno paura di fomentare una risposta cristiana alle atrocità, che talora è descritta come a sua volta violenta. Certamente ci sono cristiani che si sono difesi, e alcuni possono avere commesso a loro volta crimini, ma nel complesso la risposta cristiana è stata sorprendentemente moderata, e mettere sullo stesso piano questa risposta e le atrocità di Boko Haram non è solo ridicolo, è scandaloso. Noi peraltro sosteniamo che è proprio la mancanza di una risposta militare dura ed efficace, sostenuta dalla comunità internazionale, contro Boko Haram che fomenta il rischio di una guerra civile. Perché se nessuno difende i cristiani è difficile che questi resistano alla fine alla tentazione di difendersi da soli. Per questo la soluzione della crisi nigeriana oggi può essere solo militare. Se c’è stato un tempo di un possibile dialogo con Boko Haram, oggi è finito. E le idee di una soluzione politica con una Nigeria divisa in due Stati, uno cristiano al Sud e uno musulmano al Nord, non sono praticabili. Ci sono molti cristiani nel Nord e il loro trasferimento di massa al Sud – e dei musulmani del Sud al Nord – portebbe problemi insormontabili. Si cercò di fare lo stesso con la divisione fra India e Pakistan, ma i risultati non furono brillanti. In verità, la geografia è più complicata e si dovrebbe parlare di almeno quattro Stati diversi, soluzione però che non va bene a nessuno. No, Boko Haram è un’organizzazione che deve essere sconfitta sul terreno militare, con l’appoggio internazionale e quello cruciale degli Stati Uniti, che per ora si sono limitati a mezze misure. Dobbiamo anche dire che dopo i rapimenti delle ragazze e gli attentati sempre più frequenti oggi anche leader religiosi cristiani un tempo molto «buonisti» dichiarano che il dialogo con Boko Haram è impossibile. Naturalmente, è invece possibile e auspicabile un dialogo nazionale fra i cristiani e i musulmani nigeriani. Con lo scopo, però, di isolare e sconfiggere Boko Haram e non di legittimarlo.

 

 

 

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