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Solennità di Pentecoste 2015

Dall’Ascensione alla Pentecoste. Con lo sguardo immerso nel mistero di Dio e dell’uomo

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Puoi ascoltare questa riflessione anche in audio. Clicca qui: 

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TheAscension

Nell’immaginario collettivo, l’evento dell’Ascensione si concentra molto sull’esperienza visiva: immaginare Gesù che si stacca da terra e sale verso il cielo.

L’arte figurativa ha cercato di coniugare il bisogno di “visualizzare” l’Ascensione… di immaginarsi come possa essere apparsa agli occhi degli apostoli, e, allo stesso tempo, di rappresentarne il mistero.

Diciamo mistero. Perché l’Ascensione è fondamentalmente tale… un momento di quell’unico grande evento che è la Pasqua cristiana, la quale contempla non solo la risurrezione di Gesù il mattino del terzo giorno dopo la sua crocifissione, ma le apparizioni ai discepoli, l’incontro e lo stare con i suoi, poi il distacco che avviene con l’Ascensione e infine la Pentecoste, che segna, con la discesa dello Spirito Santo, l’inizio di una nuova esperienza di Dio.

Fino a quel momento, tutta l’esperienza che i discepoli avevano avuto di Dio è stata basata sul “sensoriale”, ossia sulla capacità di vederlo, di toccarlo, di percepire la sua presenza come uno di loro. Fu per questo che gli antichi ebrei costruirono il vitello d’oro. Non per cambiare Dio, ma per dare all’unico Dio invisibile delle sembianze riconoscibili all’occhio umano. Si può dire che nei discepoli di Gesù è simbolicamente rappresentato un modo di relazionarsi col divino che pone al centro non il mistero, ma l’uomo.

L’esperienza di Dio che i discepoli fanno in Gesù rimane fondamentalmente legata alla soddisfazione di questo bisogno. “Vedere” Dio. Vedere i suoi miracoli e identificarsi nella persona che, nel nome del Padre, li compiva. Siamo lontani dall’idolatria del vitello d’oro, ma siamo sempre nell’ambito di quella esperienza umana “di superficie”, che si sente soddisfatta quando “vede” Dio.

Da una parte, l’incarnazione di Gesù e la sua nascita al mondo sono stati l’atto del Padre di offrire a tutti un Dio visibile, uno con cui camminare, parlare, uno da cui ascoltare una parola nuova, da poter toccare e con cui trattenersi. Ma la tentazione è sempre stata “trattenere” Dio dentro la limitatezza delle aspettative umane. Dopo la trasfigurazione sul monte, Pietro vorrebbe costruire delle tende per invitare Gesù, Mosè ed Elia ad abitare con loro, e ridurre, dunque, tutta l’esperienza di Dio alla sola consolazione della sua presenza, senza cogliere la profondità del mistero rivelato.

Neanche la risurrezione cambia questo modo di sperimentare la presenza di Gesù. Nei primi 40 giorni dopo la Pasqua, Gesù appare diverse volte ai suoi, in forma umana, con un corpo umano… un corpo, sì, glorificato dalla risurrezione e non più corruttibile, ma pur sempre secondo sembianze percettibili dai 5 sensi. Da risorto Egli si fa toccare e mangia con i suoi, proprio per dimostrare la sua realtà, ma l’esperienza di Dio dei discepoli rimane fondamentalmente legata al bisogno di “vedere” Dio e di garantire la sua vicinanza fisica. I discepoli di Emmaus, che fanno il cammino di ritorno verso il loro villaggio, alla presenza di Gesù, il quale spiega loro le Scritture, lo invitano a restare con loro, perché si fa sera. Simbolicamente questo invito riguarda il bisogno di sentire la presenza di Dio nei momenti della vita in cui il sole dell’esistenza sembra tramontare, mentre il buio avanza.

Il bisogno della loro esperienza di Dio rimane “ego-ecntrica”, funzionale a soddisfare l’istinto innato di voler vedere fisicamente Dio e trattenere con Lui un rapporto che parte dalla possibilità di esporgli tutti i bisogni umani. Un po’ come succede oggi col Papa. Tutti lo vogliono vedere, tutti gli vogliono parlare e molti sono convinti che vedere il Papa e potergli parlare costituisca la risposta alle loro domande. Molti il Papa lo vedono. Resta il ricordo di una bellissima esperienza di incontro con il successore di Pietro, ma le domande della vita rimangono. Bisogna camminare sulla strada della fede per trovare le risposte.

Con l’Ascensione avviene qualcosa di nuovo.

Gesù fa una rivelazione che pone un fondamento nuovo:

“… Se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. (Gv 16,7)

Gesù ha compiuto definitivamente la sua missione di rivelare al mondo che nessuno può vedere Dio Padre ma chi vede Lui ha visto il Padre perché Egli è la manifestazione del volto del Padre al mondo.

Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 

Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 

Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?

Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? 

Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?

Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso;

ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me“.

(Gv 14, 6-11)

 

Dunque, il bisogno dell’umanità, fin dalla sua fondazione, di “vedere” Dio è compiuto in Gesù, da chi professa la sua fede in Lui e lo riconosce Figlio del Padre, Colui nel quale il Padre abita nella pienezza.

Ma con questo compimento finisce un’era della storia dell’intera umanità. Non è solo per i discepoli che cambia qualcosa, ma per ogni generazione dell’umanità che verrà.

L’Ascensione è il momento in cui Gesù sale al Padre e prende posto alla sua destra, insediandosi come Re dell’universo. E’ l’attuazione del mistero dell’Uomo-Dio che porta in cielo l’umanità, nella sua persona. Gesù è il primo uomo ad aver varcato le porte del cielo. Ed è il primogenito di tutti i risorti che lo seguiranno. Come Dio era sceso sulla terra in forma umana, con la nascita di Gesù, ora, l’uomo sale a Dio nella persona del Figlio di Dio divenuto uomo.

E’ un mistero grande.

C’è anche un livello ulteriore di riflessione. Con l’Ascensione, Gesù termina per sempre il ciclo delle sue apparizioni ai discepoli in forma “umanamente percettibile”. Si distacca da loro e sale al cielo. Si sottrae al loro sguardo fisico mentre li prepara a qualcosa di nuovo. E’ vero che Gesù ha promesso di restare con loro fino alla fine dei tempi (Mt 28,20 “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»), ma cambierà la forma della sua presenza. Diventerà meno basata sui sensi… diventerà interiore… e quindi piena.

Fra qualche giorno discepoli, al mattino di Pentecoste, faranno una nuova esperienza, mai vissuta prima. L’irruzione dello Spirito Santo nel cenacolo, che richiama l’apparizione di Gesù la sera di Pasqua, quando i discepoli erano chiusi in una stanza, per paura dei Giudei, dà inizio a una nuova era della storia dell’umanità.

Possiamo dire che finisce l’era di una ricerca “ego-ecntrica” di Dio, centrata egoisticamente sui bisogni dell’uomo… finisce l’era di una esperienza “di superficie” di Dio, fondata sulla capacità dei 5 sensi di percepirlo, nella persona di Gesù, e inizia l’era dell’esperienza trinitaria di Dio.

Con la Pentecoste l’esperienza di Dio si fa piena, perché si fa trinitaria. Non è più esperienza esclusiva della compagnia fisica di Gesù, ma è esperienza intima della presenza del Padre, per mezzo di Cristo nello Spirito Santo, che avviene nelle profondità dell’anima.

L’Ascensione non è, dunque, non un evento “di mezzo” che avviene fra la Risurrezione di Gesù  e la Discesa dello Spirito a Pentecoste. E’ la Pasqua nella sua più alta espressione, mentre il Risorto opera una trasformazione interiore dei discepoli e li prepara alla venuta dello Spirito Santo.

Da oggi in poi l’esperienza di Dio si sposta dalla superficie dai sensi ad altri due “luoghi”: l’Interiorità e la Fraternità.

L’Ascensione è l’invito col quale Gesù chiede ai suoi di spostare l’asse della loro attenzione dalle nuvole, nelle quali Gesù scomparirà, ai luoghi profondi dell’Interiorità umana dove sta per avvenire la manifestazione definitiva di Dio, quella nella quale i credenti sperimenteranno la presenza trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il cambiamento non è solo logistico. Non si tratta di spostare il luogo dove si concentra lo sguardo. Si tratta di operare una conversione interiore per essere in grado di avvertire la presenza trinitaria di Dio. Questa conversione comporta il distacco dall’esperienza “ego-centrica” di Dio, a una esperienza “teo-centrica” di Dio, che ha al centro l’Amore trinitario di Dio come presenza intima dentro l’uomo.

Dio resta sempre “altro” rispetto all’uomo, ma Egli “fonde” la sua vita trinitaria con quella dell’uomo al punto che quest’ultimo diventa parte della stessa vita di Dio.

Si compie la profezia di Gesù:

“Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? (Gv 10,34)

Io ho detto: «Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo (Salmo 82,6).

Nell’esperienza pentecostale di Dio, viene distrutto il progetto di Adamo ed Eva di farsi uguali a Dio, di diventare Dio, sostituendosi a Lui, e si compie il disegno di Dio di fare dei suoi figli partecipi della sua divinità. L’uomo è divinizzato, “diventa” Dio, ovvero gli viene rivelata la sua natura intima di essere “creatura divina”, perché venuta dalle viscere del Padre, sebbene tratta dalle viscere della terra.

Dalle viscere del Padre. Adamo ed Eva spezzano l’unità interiore dell’uomo e rendono impossibile l’esperienza della loro figliolanza “divina”, cioè rendono impossibile ai posteri l’esperienza di Dio… e del loro “essere Dio”, come lo intese Gesù in Gv 10,34. Lo Spirito Santo rivela all’uomo che Dio è sempre “oltre” la capacità di cattura dell’uomo, ma che, allo stesso tempo, Dio è dentro di Lui. Trovare Dio significa spostarsi dal livello di superficie dell’esistere e visitare le profondità dell’Interiorità, dove l’uomo incontro Cristo, nella parte più intime di sé. Ad instaurare Cristo nel cuore di sé è proprio lo Spirito Santo. In questo modo, l’uomo scopre anche che Dio non è un’entità estranea a sé, ma è l’intimità della propria intimità (S. Agostino).

Dalle viscere della terra. Questo essere divino, che è l’uomo, nasce dalle viscere della terra. Viene plasmato dalla terra. Questa realtà impedisce all’uomo di compiere all’infinito il peccato di Adamo e di volersi innalzare al cielo facendosi Dio, sostituendosi a Lui e diventando il Dio di se stesso e degli altri. Proprio questo è il peccato originale. L’averlo compiuto genera un mondo “ego-centrato”. Un mondo dove l’uomo, proprio nell’esercizio di credersi Dio, inventa l’omicidio e la guerra. E Caino uccide Abele. La consapevolezza che l’uomo, essere divino, proviene dalle viscere della terra garantisce all’uomo il realismo della sua condizione, dove luce e oscurità si intrecciano, dove divinità e creaturalità si abbracciano e dove peccato e grazia si scontrano.

Abbiamo parlato finora dell’Interiorità. Ma l’altro luogo dove avviene la nuova esperienza di Dio è la fraternità. I discepoli di Emmaus lo sperimentano quando Gesù, entrato nella loro casa, resta a cena con loro, spezza il pane, pronuncia la benedizione e poi scompare ai loro occhi. E’ nella fraternità dello spezzare il pane tra fratelli… come fratelli… che si sperimenta Dio. E in questo caso il pane spezzato è proprio la presenza reale di Gesà nel pane eucaristico.

Fraternità e Missione. Con l’Ascensione Gesù prepara i discepoli ad una nuova esperienza di Dio. Con la Pentecoste il gruppo disgregato e impaurito degli Undici diventa la prima fraternità cristiana, l’inizio della Chiesa, concepita da Gesù come la fraternità missionaria di coloro che hanno fatto esperienza di Dio nella loro vita e ora sono inviati a narrare questa esperienza al mondo.

“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.

Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.

(Gv 13,34-35)

L’irruzione dello Spirito Santo nel Cenacolo, ossia nel profondo dell’Interiorità  degli Undici, crea un nuovo gruppo, le cui relazioni tra di loro saranno fondate proprio sull’amore, come voluto da Cristo. E questo Gruppo sperimenterà la presenza dello Spirito Santo… non ognuno per i fatti loro, ma come comunità. Ognuno lo sentirà dentro di sé, ma tutti lo sentiranno come Forza divina che ha appena creato qualcosa di nuovo: la Chiesa.

Da qui il fuoco. Il fuoco dello Spirito fonde e reintegra ciò che il peccato di Adamo aveva disintegrato, ossia l’unità dell’uomo. E dentro questa ritrovata unità-integrità esplode una nuova vita… la vita divina dentro la vita del discepolo.

Da qui il dono delle lingue. Finisce il mutismo provocato da una vita ego-centrata, alimentata dalla paura di tutto (e quindi dall’aggressività) e dalla disgregazione tra gli uomini e dell’uomo con sé stesso. Lo Spirito concede la potenza di comunicare con una forza nuova l’esperienza di Dio, e ognuno parlerà una lingua diversa, perché unica e irripetibile sarà l’esperienza di Dio nella sua vita.

Ora questa esperienza è estesa a tutta l’umanità. L’integrazione interiore che avviene con la discesa dello Spirito Santo segna l’inizio della missione con cui gli apostoli annunceranno il nome di Cristo e invocheranno l’effusione dello Spirito Santo perché l’umanità disgregata e resa nemica di se stessa possa fare esperienza della stessa re-integrazione e unità… unità di se e unità in Dio.

pentecoste2

 

 

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