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SOLENNITÀ DI CRISTO RE (Anno C)

AUDIO-RIFLESSIONE SUL VANGELO DELLA XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – SOLENNITÀ DI CRISTO RE (Anno C)

CristoRedentore_RioDeJanerio

Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno (Lc 23,35-43)

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INTRODUZIONE

La Chiesa, nell’ultima domenica dell’anno liturgico, cioè la presente (la domenica successiva è la I domenica di Avvento e l’inizio del nuovo anno liturgico), celebra la solennità di Cristo Re dell’Universo. Si conclude, così, un anno in cui siamo stati “accompagnati” dall’evangelista Luca, di domenica in domenica, a percorrere il suo grande viaggio: quello dalla provincia della Galilea fino alla città santa, Gerusalemme, città dell’unico Tempio in tutto Israele, città di residenza dei capi religiosi del popolo, della potenza militare occupante (Roma).

Gesù conclude qui la sua missione terrena. Tutto il suo ministero era orientato a questo momento. Quello della sua passione e morte.

La liturgia di oggi, dunque, ci invita a celebrare Cristo Re, mentre ce lo presenta nel momento della sua massima debolezza: immobilizzato dai chiodi che lo tengono appeso su una croce di legno. Gesù è in agonia. Sono i suoi ultimi istanti di vita sulla terra. E come tutti i condannati alla crocifissione, soffre e si contorce per i dolori e le ferite.

E’ questa la scena che si presentò ai presenti, quel giorno di duemila anni fa. E questa è la scena con la quale Gesù viene elevato dal Padre a Re dell’Universo.

Il modo di esse Re di Gesù non ha nulla a che vedere la concezione mondana delle cose. “I re della terra dominano sulle nazioni e le schiacciano”, ebbe a dire un giorno Gesù ai suoi discepoli.

La regalità di Cristo non si afferma per via di atti sensazionali e prodigiosi. Sono finite le guarigioni, i segni e i miracoli compiuti lungo il suo grande viaggio dalla Galilea a Gerusalemmme. La folla di personaggi che avevano popolato i racconti evangelici e avevano incontrato Gesù e ricevuto da lui guarigione, perdono e salvezza, non ci sono più.

Il Re che appare dinanzi agli occhi è ridotto a un relitto di uomo. Sta per morire. Eppure è questo il momento in cui Egli diventa Re. E, tra le risate e gli scherni dei soldati romani e dei capi religiosi, senza che neanche questi se ne accorgano, Gesù compie un azione che rivela la sua regalità. Regalità che si compie proprio qui, sulla croce. Offre, cioè, il perdono e la promessa del paradiso a uno dei due malfattori che si è pentito dei suoi delitti e che ora invoca Gesù per nome, chiedendo almeno che si ricordi di lui quando sarà entrato nel suo Regno.

Abbiamo un malfattore che invoca Gesù per nome, mentre la massa lo insulti con altri nomi ingiuriosi. Abbiamo un criminale condannato alla croce, che si è pentito dei suoi peccati, e che crede che Gesù, nonostante sia appeso accanto a lui, a una croce, uguale alla sua, stia per entrare in un Regno di gloria. Il ladrone crede in Cristo e crede nel Regno.

E Gesù gli promette che sarà con Lui. Oggi stesso.

La regalità di Cristo si manifesta dunque non mediante la conquista e il dominio, ma nella totale donazione di sé per la salvezza dell’umanità. Gesù è “potente” non per i miracoli, ma perché possiede un cuore totalmente libero, tanto che è disposto a rinunciare a tutto, perfino alla sua vita, per salvare chi vorrà credere in Lui da quel momento in poi.

E’ nella donazione di Sé, nell’abbassarsi, nel servizio e nella carità che Gesù sale sul suo trono. Nessuno è più potente di colui che, per amore, rinuncia alla sua vita perché altri vivano. Gesù è Dio stesso, venuto sulla terra, per compiere questo gesto, una volta per sempre.

Ogni cristiano, battezzato nella fede del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, è un membro del Corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa. E, pertanto, partecipa alla regalità di Cristo. Ma la forma con cui il cristiano e la Chiesa tutta sono chiamati a esercitare questa regalità non è la conquista né l’ascesa sulla scala del potere mondano, ma nel sincero dono di sé, nel dono della propria vita là dove ognuno vive la sua vocazione – che sia quella di crescere i figli o di servire nell’amministrazione di uno Stato – e nello spirito di servizio per la santificazione del mondo.

Santificare il mondo. Significa riempirlo dello Spirito santo del Padre e del Figlio e promuoverne la trasformazione secondo l’immagine del Regno che si compie sulla croce.

Per partecipare alla regalità di Gesù occorre scendere dal piedistallo e cingere ai propri fianchi il grembiule del servizio, oppure la tuta dell’operaio che lavora in un cantiere. Significa costruire un mondo in cui gli uomini si riconoscono tutti fratelli, figli dell’unico Dio, chiamati alla santità e si prendono cura e si custodiscono reciprocamente nell’Amore.

(continua nell’audio-riflessione)

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