incubo

Perché oggi si ha paura di dormire? La paura di incontrarci col nostro profondo

Alcuni stralci di uno dei saggi dell’ultimo numero della rivista «Vita e Pensiero».

di Claudio Risé

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In una società caotica, che ci ha svuotati dello spazio interiore, nel quale potevamo gustare il silenzio e ciò che lentamente nel silenzio nasce e matura…. la vita, la coscienza, la nostra identità, le relazioni umane che ci costituiscono e che ci fanno quello che siamo, la capacità di guardare oltre la materia e contemplare lo spirito… dobbiamo ritrovare quello spazio interiore… Ma soprattutto dobbiamo ritrovare il coraggio di non aver paura di incontrarci con le nostre profondità. Interiorità e Relazione col Mondo non sono in opposizione tra loro. Non sono alternative… sono momenti coessenziali perché l’esperienza della vita acquisti il suo senso più pieno. Cristo ci attende nel profondo di noi stessi e, insieme, nell’incontro con l’altro. E nell’incontro con l’altro io posso, rientrando nelle mie profondità, rielaborare il senso di quello e di tanti altri incontri e dare pieno sviluppo alla mia identità. Nessuno diventa ciò che è da solo, chiuso nelle proprie profonditòà, ma solo se si apre nella relazione con l’altro… col mondo… e col mistero della vita. Ma senza l’incontro con il mio profondo, non ho lo spazio dove elaborare il frutto di questa esperienza. (E.C.)

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Tanto per rimanere vicini a noi, lo sapeva anche Jim Morrison che «nel sonno puoi trovare ciò che il giorno non ti può dare». Eppure il sonno sta diventando più difficile. Secondo il Centro di Medicina del sonno dell’ospedale Niguarda (Milano), un italiano su tre soffre di questi disturbi.

Come mai uno stato da sempre onorato («La metà della vita. E la migliore», secondo Goethe) sta oggi diventando così difficoltoso? Per tentare di rispondere occorre mettere a fuoco qualche caratteristica del sonno. Ad esempio il fatto che il sonno coincida con una sospensione dello stato di coscienza abituale. Si tratta dunque di una condizione che ha a che vedere con la coscienza, non fosse che per il silenzio che essa vi assume. E per il comparire, durante il sonno, nei sogni, di un altro tipo di linguaggio e di scenario, che la psicoanalisi ha chiamato “inconscio”, ma noto da sempre alla gran parte delle culture umane.

I disturbi del sonno, dunque, possono essere osservati come afferenti al rapporto con la coscienza, e più precisamente al suo ritmico avvicendarsi con l’inconscio. Come se l’uomo del nostro tempo faticasse ad affidarsi alla scansione veglia-sonno, coscienza e inconscio; soprattutto, come se non accettasse più la sospensione della coscienza diurna (nella sua forma attuale).

L’uomo sembra temere, oggi in modo particolare, l’ingresso nel sonno, nel sogno, con il suo linguaggio fatto principalmente di immagini, spesso simboliche, e le sue espressioni verbali concise, contratte, evocative. Parole, quelle che si odono tra le immagini del sogno, molto diverse dal “discorso” sulle cose frequentato assiduamente, oggi, dalla coscienza di veglia.

Dietro il contemporaneo “timore di dormire” si intravede la paura di un incontro con un mondo “altro”, innanzitutto rappresentazione dinamica e narrativa degli aspetti dell’umano espulsi dalla vita di oggi, che si ripresentano puntualmente nei sogni.

Non si tratta di aspetti da poco. Nel sonno e nelle immagini dei sogni troviamo ad esempio l’esperienza religiosa e del sacro, che le pretese assolutiste del processo di secolarizzazione hanno cacciato dalla coscienza e dalla vita quotidiana. Dio, gli dèi, le immagini divine differenziate presenti nell’inconscio collettivo, si fanno avanti nei sogni. Con i rispettivi luoghi di culto: la chiesa, il tempio greco, la moschea islamica, la sinagoga e altri appositamente allestiti dall’inconscio del sognatore (la radura nella foresta, la capanna del sudore degli indiani d’America e così via). La psiche, l’anima, di cui la tecnoscienza non vuole parlare, appena la ascoltiamo ci racconta la ricerca dell’Altro. Lo scenario del sogno ci apre un campo ben più ampio della rimozione dei desideri sessuali, collegati ai vissuti interni al “romanzo familiare”, su cui si focalizza la psicoanalisi freudiana.

Nei sogni presentati e interpretati nelle loro pagine, infatti, la vita religiosa e la vita sociale con le loro diverse appartenenze, comunità e gerarchie (non solo la famiglia) compaiono con frequenza, con significati che, al di là delle pulsioni, riguardano l’identità, il destino e il senso della stessa vita personale e del gruppo.

Spesso, anzi, accade il contrario di quanto afferma l’implacabile machine interprétative (così chiamata da Gilles Déleuze e Felix Guattari) freudiana: non sono gli dèi che alludono alla sessualità, ma sono le immagini sessuali che raccontano delle appartenenze e identità sociali, la direzione della vita, l’avvicinarsi della morte.

Qui siamo all’altro grande rimosso dalla coscienza contemporanea, che si teme di incontrare nel sonno. Si tratta delle relazioni e dei rapporti sociali, dell’incontro con l’altro nella società. Quella contemporanea è una società pletorica dal punto di vista burocratico e istituzionale, ma riluttante a riconoscere sentimenti e legami personali.

Già gli studiosi dei fenomeni totalitari del secolo scorso (Lederer o Arendt, tra gli altri) avevano notato come l’annichilimento dell’umano attraverso grandi costruzioni burocratico-politiche (temute da Max Weber all’inizio del Novecento) si sviluppasse con la distruzione delle culture tradizionali fondate sulle credenze religiose, sulle relazioni di territorio e produttive (agricoltura, artigianato e industria, professioni).

La desertificazione sociale che generò i mostri del Novecento ripropone oggi, ma a livello globale, le sue caratteristiche burocratiche e le fantasie di dominio di una tecnoscienza onnipotente che modifichi direttamente le strutture dell’umano, a cominciare dalla persona unica e irripetibile, con le sue relazioni e i suoi sentimenti.

Se nel secolo scorso il Superuomo sarebbe stato costruito dal laboratorio del partito, oggi si delira di un’autogenerazione umana realizzata in parte attraverso il pensiero, in parte in laboratori, che (per ora) verrebbero selezionati dal mercato, come già avviene per le diverse tecniche di fecondazione e riproduzione.

Dopo quella di Dio viene così distrutta l’idea, e la realtà, di “spazio pubblico”: «un luogo in cui le passioni siano rese pubbliche e trasformate sotto la tutela di contenitori collettivi (famiglia, gruppo, comunità, eccetera)», scrive Pietro Barcellona in Il suicidio dell’Europa. Questi luoghi formativi delle relazioni tra persone, costitutivi della società stessa (oltre che del soggetto), vengono sostituiti da aggregazioni virtuali o burocratiche. L’obiettivo non è più la formazione di un soggetto che interagisca positivamente con la comunità, ma il piacere e/o potere di un individuo ormai avulso da relazioni affettive, emozioni e passioni personali, ridotto all’esercizio di funzioni che realizzano piaceri, o poteri, di cui gli altri sono eventualmente oggetto, ma non compagni di avventura.

Lo spazio pubblico sottratto all’uomo a favore dell’interesse “privato” (privo di anima) riprende però forma quando ci addormentiamo, nel sogno che lo ha da sempre accolto in quanto territorio indispensabile allo sviluppo psicologico. Così le figure, i miti, i percorsi simbolici tradizionali delle varie culture, cacciate dalle scuole, dai media, dalle rappresentazioni politiche, insomma dalle istituzioni ufficiali del mondo tecnoscientifico, si ripresentano con inattesa chiarezza nel sogno dell’individuo, spersonalizzato ma oscuramente in cerca della propria anima.

Addormentarsi e sognare diventa, oggi più che mai, un “diventare altro”, frequentare percorsi imprevedibili, penetrare nelle crepe di una superficie sociale scientificamente levigata e ben controllata.

Anche per questo, forse, addormentarsi inquieta. Inoltre, lungi dal limitarsi a essere «la realizzazione di un desiderio», come pensava Freud, già chiuso nella gabbia individualista del Novecento, il sogno presenta il futuro, chiedendone al sognatore il riconoscimento e l’impegno a realizzarlo.

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