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La sorpresa di un Papa che parla della fede a un non credente

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Una premessa

Credenti e no, sulla stessa strada

Il Papa che chiama al telefono è anche il Papa che risponde alle lettere. A mezzo stampa, quando a mezzo stampa gli vengono recapi­tate. Lo fa senza rinunciare al suo sti­le, che è di dolcezza e insieme di chiarezza. Magari incastonando in u­no scritto che, di per sé, non ha con­notazione ufficiale una limpida pro­fessio fidei . «La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio ve­nuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell’amore», si legge infatti nella lunga lettera – pubblicata ieri in prima pagina da «Repubblica» – che papa Francesco ha voluto inviare a Eugenio Scalfari.Un gesto per molti versi sorprendente, ma che nella so­stanza ribadisce il carattere di ascol­to, di apertura e di dialogo che è stato da subito caratteristico del pontifica­to di Bergoglio. In due occasioni, ri­spettivamente il 7 luglio e il 7 agosto, Scalfari era intervenuto su «Repub­blica » sull’enciclica Lumen fidei. Un atteggiamento, il suo, più di curiosità intellettuale che di ricerca interiore: «Ho una cultura illuminista e non cerco Dio – dichiarava nel secondo intervento –. Penso che Dio sia un’in­venzione consolatoria e affascinante della mente degli uomini».Nono­stante tutto, e fatta salva una certa rudezza nei modi («Le risposte che i due Papi non danno» era il titolo dell’editoriale di luglio), Scalfari alli­neava una serie di domande, alle quali Francesco risponde puntual­mente nella lettera di ieri, invocando – lui sì – l’importanza di «dialogare su di una realtà così importante come la fede». È questo, ricorda, il Papa, «uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII», obiettivo reso ancora più ur­gente oggi da due diverse circostan­ze. Di carattere culturale la prima (il «paradosso» per cui la luce della fede viene percepita come «buio della su­perstizione » dal mondo contempora­neo), più specificamente legata all’e­sperienza di fede la seconda (il dialo­go non come «accessorio seconda­rio » del credere, ma come sua «e­spressione intima e indispensabile»).

Non è un ragionamento astratto, e il Papa lo ribadisce con una testimo­nianza personale: «La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù», affer­ma, aggiungendo che «senza la Chie­sa – mi creda – non avrei potuto in­contrare Gesù». Ed è proprio grazie a questo profondo radicamento inte­riore che il Papa, rivolgendosi diretta­mente a Scalfari, si dichiara a suo a­gio «nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, co­minciare a fare un tratto di cammino insieme».

Si parte da Gesù, dalla «concretezza e ruvidezza della sua vi- cenda» così come ci è restituita dal Vangelo di Marco. Francesco si sof­ferma sul termine greco exousia , che indica la specifica “autorità” di Cristo e che trova la sua conferma più alta nella morte sulla Croce. È il mistero dell’Incarnazione, da cui discende il carattere universale della fede. «La singolarità di Gesù è per la comuni­cazione, non per l’esclusione», avver­te Francesco, in una prospettiva che comporta la «separazione tra la sfera religiosa e la sfera politica». Spiega: «Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini». Anche al popolo ebraico?, domandava Scalfari.

Bergoglio ri­chiama la sua amicizia con molti «fratelli ebrei» in Argentina, dopo di che si appella a san Paolo per confer­mare che «mai è venuta meno la fe­deltà di Dio all’alleanza stretta con I­sraele ». Allo stesso modo, la fede de­gli ebrei è oggi il modello di un’attesa che accomuna tutti gli uomini. Un non credente può essere perdonato?, chiedeva ancora Scalfari. Certo, ri­sponde il Papa, perché «la misericor­dia di Dio non ha limiti» e perché «il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agi­re».

Ancora più articolate le riflessioni su un altro degli interrogativi suscita­ti dal fondatore di «Repubblica»: è condannabile la convinzione che non esista una verità assoluta? Qui il Papa propone una distinzione termi­nologia. Se “assoluto” viene inteso nel suo valore etimologico di «slegato», «privo di ogni relazione», è corretto e­scludere che possa darsi, anche per il credente, una verità assoluta. Ma questo perché «la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!». Il che non compor­ta che la verità stessa possa essere considerata «variabile e soggettiva», bensì che «essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita». Quanto a un altro dubbio di Scalfari (quella per cui con l’estinzione del­l’umanità verrebbe anche ad estin­guersi il pensiero che l’umanità ha di Dio), Francesco ribadisce che Dio non è il frutto di un’attività immagi­nativa, ma «è realtà con la “R” maiu­scola. Gesù ce lo rivela – e vive il rap- porto con Lui – come un Padre di bontà e di misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero». Coerente fino in fondo con la discrezione che lo contraddi­stingue, il Papa si congeda definendo «tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa» la risposta alle domande rivoltegli da Scalfari. Il quale, a sua volta, confessa di aver trovato «scan­dalosamente affascinante» l’ampiez­za dell’intervento di Francesco: «For­se perché la pecora smarrita merita mag­giore attenzione e cu­ra? », torna a interro­garsi.

«Mi sembra che questo testo possa di­ventare, per certi ver­si, una sorta di mani­festo del Cortile dei Gentili, per i contenu­ti, ma anche per il metodo del dialogo stesso», commenta nel corso della giornata il cardinale Gianfranco Ravasi, da tempo impe­gnato – nel suo ruolo di presidente del Pontificio Consiglio della Cultura – in un franco confronto fra credenti e non credenti. Non a caso, all’inter­no della lettera di Francesco, Ravasi suggerisce di isolare un’altra frase, semplice e magnifica al tempo stes­so: « Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile».

 

Alessandro Zaccuri

 

Avvenire 12 settembre 2013

* * *

La risposta del Papa alla lettera di Eugenio Scalfari

“La Repubblica” 11 settembre 2013

PF

Pregiatissimo Dottor Scalfari,

è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere

alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con una serie di sue

personali riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 agosto.

La ringrazio, innanzi tutto, per l’attenzione con cui ha voluto leggere l’Enciclica Lumen fidei.

Essa, infatti, nell’intenzione del mio amato Predecessore, Benedetto XVI, che l’ha concepita e in

larga misura redatta, e dal quale, con gratitudine, l’ho ereditata, è diretta non solo a confermare

nella fede in Gesù Cristo coloro che in essa già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo

sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce «un non credente da molti anni interessato e

affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth».

Mi pare dunque sia senz’altro positivo, non solo per noi singolarmente ma anche per la società in

cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama

alla predicazione e alla figura di Gesù.

Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo.

Esso, del resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II,

voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo

apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio.

La prima circostanza — come si richiama nelle pagine iniziali dell’Enciclica — deriva dal fatto che,

lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e

incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della

luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione.

Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta

illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un

serio e fecondo incontro.

La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce della fede,

deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è

invece un’espressione intima e indispensabile. Mi permetta di citarLe in proposito un’affermazione

a mio avviso molto importante dell’Enciclica: poiché la verità testimoniata dalla fede è quella

dell’amore — vi si sottolinea — «risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella

convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile,

sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la

sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti»

(n. 34). È questo lo spirito che anima le parole che le scrivo.

La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e

ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato

reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso

all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù

attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore.

Senza la Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che

quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità.

Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi

trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le

quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme.

Mi perdoni se non seguo passo passo le argomentazioni da Lei proposte nell’editoriale del 7 luglio.

Mi sembra più fruttuoso — o se non altro mi è più congeniale — andare in certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro neppure nella modalità espositiva seguita dall’Enciclica, in cui

Lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all’esperienza storica di Gesù di

Nazareth.

Osservo soltanto, per cominciare, che un’analisi del genere non è secondaria. Si tratta infatti,

seguendo del resto la logica che guida lo snodarsi dell’Enciclica, di fermare l’attenzione sul

significato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per

noi. Le Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell’Enciclica,

sono costruiti, infatti, sul solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Nazareth giunto al

suo culmine risolutivo nella pasqua di morte e risurrezione.

Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così

come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo

«scandalo» che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria

«autorità»: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene

in italiano. La parola greca è «exousia », che alla lettera rimanda a ciò che «proviene dall’essere»

che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da

dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire— egli stesso lo dice

— dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa «autorità»

perché egli la spenda a favore degli uomini.

Così Gesù predica «come uno che ha autorità», guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona…

cose tutte che, nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte

ritorna nel Vangelo di Marco: «Chi è costui che…?», e che riguarda l’identità di Gesù, nasce dalla

costatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un’autorità che non è finalizzata ad

esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al

punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l’incomprensione, il tradimento,

il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce.

Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine.

Ed è proprio allora — come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di

Marco — che Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è amore

e che vuole, con tutto se stesso, che l’uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch’egli come suo vero

figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il

trionfo su chi l’ha rifiutato, ma per attestare che l’amore di Dio è più forte della morte, il perdono di

Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per

testimoniare questo immenso dono.

La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti

la via dell’amore. Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell’incarnazione del

Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva «caro cardo salutis», la carne

(di Cristo) è il cardine della salvezza. Perché l’incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia

venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza,

sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell’amore e nella fedeltà all’Abbà, testimonia

l’incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce.

Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel

suo modo di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte

puntualmente nell’Enciclica.

Sempre nell’editoriale del 7 luglio, Lei mi chiede inoltre come capire l’originalità della fede

cristiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi

che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio.

L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i

nemici, nel segno dell’amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede

cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per

dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La

singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione. Certo, da ciò consegue anche — e non è una piccola cosa — quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel

«dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare», affermata con nettezza da Gesù e su

cui, faticosamente, si è costruita la storia dell’Occidente. La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il

lievito e il sale del Vangelo, e cioè l’amore e la misericordia di Dio che raggiungono tutti gli

uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e

politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto

e nella pace, una vita sempre più umana. Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal

mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini,

a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il

bene nonostante tutto e guardando sempre al di là.

Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la

promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto? È questo — mi creda — un

interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l’aiuto di Dio, soprattutto a

partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice

santa da cui è germinato Gesù. Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i

fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare

quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire,

con l’apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele e che,

attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di

questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi

poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al

fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre

dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto.

Vengo così alle tre domande che mi pone nell’articolo del 7 agosto.

Mi pare che, nelle prime due, ciò che Le sta a cuore è capire l’atteggiamento della Chiesa verso chi

non condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede

e non cerca la fede. Premesso che — ed è la cosa fondamentale — la misericordia di Dio non ha

limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta

nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va

contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene

percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro

agire.

In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi

neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un

peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità «assoluta», nel senso che

assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede

cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che

anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla

situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma

significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù

stesso: «Io sono la via, la verità, la vita»? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con

l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna

intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta,

reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per

intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire.

Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il

pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel

poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio —

questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! — non è

un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la «R» maiuscola. Gesù

ce lo rivela — e vive il rapporto con Lui — come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non

dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell’uomo sulla terra — e per la fede cristiana, in ogni caso, questo mondo così come lo conosciamo è

destinato a venir meno — , l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche

l’universo creato con lui. La Scrittura parla di «cieli nuovi e terra nuova» e afferma che, alla fine,

nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e

attesa, Dio sarà «tutto in tutti».

Egregio Dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni, suscitate da quanto ha voluto

comunicarmi e chiedermi. Le accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e

fiduciosa, all’invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada insieme. La Chiesa, mi creda,

nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora

commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e

testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall’Abbà «a portare ai poveri il lieto annuncio, a

proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a

proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc4, 18-19).

Con fraterna vicinanza

Francesco

 

* * *

 

Il commento di Eugenio Scalfari

Gesù, fede e ragione il dialogo del Pontefice con la pecora smarrita

di Eugenio Scalfari –  “la Repubblica” dell’11 settembre 2013

Io sono un «non credente e non cerco Dio» anche se «sono da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth”

 eugenio-scalfari

Francesco ha deciso di rispondere alle domande che gli avevo indirizzato in due articoli,

rispettivamente pubblicati sul nostro giornale il 7 luglio (1) e il 7 agosto (2) scorsi. Francamente

non mi aspettavo che lo facesse così diffusamente e con spirito così affettuosamente fraterno. Forse

perché la pecora smarrita merita maggiore attenzione e cura? Lo dico perché negli articoli sopra

citati ho precisato al Papa che io sono un «non credente e non cerco Dio» anche se «sono da molti

anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth, figlio di Maria e Giuseppe,

ebreo della stirpe di David». E più oltre scrivo che «Dio, secondo me, è un’invenzione consolatoria

della mente degli uomini».

Mi permetto di ricordare questa mia posizione di interlocutore anche perché essa rende ai nostri

occhi ancor più «scandalosamente affascinante» la lettera che Papa Francesco mi ha inviato, una

prova ulteriore della sua capacità e desiderio di superare gli steccati dialogando con tutti alla ricerca

della pace, dell’amore e della testimonianza.

Ciò detto, riassumo le domande e le riflessioni che ho fatto e alle quali il Papa risponde, affinché i

lettori abbiano ben chiaro il quadro entro il quale si svolge questo dialogo.

1 — La modernità illuminista ha messo in discussione il tema dell’“assoluto”, a cominciare dalla

verità. Esiste una sola verità o tante quante ciascuno individuo ne configura?

2 — I Vangeli e la dottrina della Chiesa affermano che l’Unigenito di Dio si è fatto carne non certo

indossando un abito e imitando le movenze degli uomini e restando Dio, bensì assumendone anche i

dolori, le gioie e i desideri. Ciò significa che Gesù ha avuto tutte le tentazioni della carne e le ha

vinte non in quanto Dio ma in quanto uomo che si era posto il fine di portare l’amore per gli altri

allo stesso livello d’intensità dell’amore per sé. Di qui l’incitamento: ama il prossimo tuo come te

stesso. Fino a che punto la predicazione di Gesù e della Chiesa fondata dai suoi discepoli ha

realizzato questo obiettivo?

3 — Le altre religioni monoteiste, l’ebraica e l’Islam, prevedono un solo Dio, il mistero della

Trinità gli è del tutto estraneo. Il cristianesimo è dunque un monoteismo alquanto particolare. Come

si spiega per una religione che ha come radice il Dio biblico, che non ha alcun Figlio Unigenito e

non può essere né nominato né tantomeno raffigurato, come del resto Allah?

4 — Il Dio incarnato ha sempre affermato che il suo regno non era e non sarebbe mai stato di questo

mondo. Di qui il “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Questo “limite” ha

avuto come logica conseguenza che il cristianesimo non avrebbe mai dovuto avere la tentazione

della teocrazia, che invece domina nelle terre islamiche. Tuttavia anche il cristianesimo soprattutto

nella sua versione cattolica, ha sentito fortemente la tentazione del potere terreno, la temporalità ha

spesso superato la pastoralità della Chiesa. Papa Francesco rappresenta finalmente la prevalenza

della Chiesa povera e pastorale su quella istituzionale e temporalistica?

5 — Dio promise ad Abramo e al popolo eletto di Israele prosperità e felicità, ma questa promessa

non fu mai realizzata e culminò, dopo molti secoli di persecuzioni e discriminazioni, nell’orrore

della Shoah. Il Dio di Abramo, che è anche quello dei cristiani, non ha dunque mantenuto la sua

promessa?

6 — Se una persona non ha fede né la cerca ma commette quello che per la Chiesa è un peccato,

sarà perdonato dal Dio cristiano?

7 — Il credente crede nella verità rivelata, il non credente crede che non esista alcun “assoluto” ma

una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un

peccato?

8 — Il Papa ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie finirà come tutte le

cose che hanno un inizio e una fine. Ma quando la nostra specie sarà scomparsa anche il pensiero

sarà scomparso e nessuno penserà più Dio. Quindi, a quel punto, Dio sarà morto insieme a tutti gli uomini?

I lettori troveranno in queste pagine le risposte del Papa contenute nella sua lettera, della quale

ancora con grande affetto e rispetto lo ringrazio. Nel nostro giornale di domani formulerò alcune

riflessioni per approfondire i temi e portare avanti un dialogo che penso anch’io, come il Papa, sia

utile ed anzi prezioso per i lettori, credenti in Gesù Cristo o in altre religioni o in nessuna, ma

animati dal desiderio di conoscenza e dalla buona volontà di collaborare al bene comune.

(1) Le risposte che i due papi non hanno ancora dato

(2) Le domande di un non credente al papa gesuita chiamato Francesco

 

* * *

 

I due articoli di Scalfari del 7 Luglio e del 7 Agosto

Le risposte che i due Papi non danno

di EUGENIO SCALFARI – 7 Luglio 2013

 

LA POLITICA e l’economia non forniscono novità in questo week-end estivo. Solo Renzi e i suoi contraddittori proseguono nel loro chiacchiericcio ma, per quanto mi riguarda, mi sembra inutilmente ripetitivo. Le vere novità riguardano quanto sta accadendo in Egitto e di riflesso in tutto il Medio Oriente; se ne occupano i nostri inviati e commentatori che conoscono a menadito l’argomento.

Perciò, tutto considerato, il tema che più mi appassiona è l’enciclica “Lumen Fidei”, la prima firmata da papa Francesco. L’argomento è importante perché tocca il punto centrale della dottrina cristiana: che cos’è la fede, da dove proviene, come è vissuta dai credenti, quali reazioni suscita in chi non è cristiano, come spiega l’esistenza della razza umana e come risponde alle domande che ciascuno di noi si pone e alle quali il più delle volte non trova risposta: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo.

Questo è il tema dell’enciclica e quasi ogni papa l’ha affrontato durante il suo pontificato, specie dal XIX secolo in poi, quando cioè la modernità ha rivalutato la ragione ed ha messo in discussione il concetto di “assoluto” a cominciare dalla verità. Esiste una sola verità o tante quante i singoli individui e la loro mente ragionante ne configurano?

La Chiesa cattolica non poteva sfuggire ad un cimento di fondamentale importanza che tra l’altro chiama in causa la libertà che rappresenta la radice su cui poggia la civiltà stessa dell’Europa moderna. Di qui l’importanza dell’enciclica.

È singolare il fatto che il Concilio Vaticano II il tema della fede non l’abbia affrontato. Si proponeva esplicitamente di aprire il dialogo tra la Chiesa e la modernità; se fosse partito dall’ intangibilità degli “assoluti” sarebbe partito col piede sbagliato.

Papa Francesco invece ha seguito il percorso tradizionale. Il fatto che il contenuto della “Lumen Fidei” sia stato predisposto da papa Ratzinger ha scarso interesse se non per gli storici che si occupano delle vicende dei papi. Francesco, sia pure con svariati ritocchi, ha fatto proprio l’abbozzo trasmessogli da Ratzinger ed è dunque lui che ne risponde nella sua alta posizione apostolica di Pontefice e Vescovo di Roma. La discussione è dunque aperta.

Osservo di sfuggita che contemporaneamente alla pubblicazione dell’enciclica il papa ha decretato la santificazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II; il primo mise le basi del Vaticano II e assegnò ai Vescovi i temi da esaminare; il secondo fece in qualche modo macchina indietro o quanto meno cessò di portarla avanti.

Come si è collocato ora Jorge Bergoglio? Questa mi sembra la domanda cui rispondere da parte di un non credente che tuttavia cerca senza pregiudizi di chiarire un tema che ci riguarda tutti da vicino.

I protagonisti religiosi e culturali dell’enciclica sono: il dio biblico e il suo rapporto con Abramo; Mosè e il suo ruolo di mediatore tra Dio e il popolo di Israele; il Vangelo dell’apostolo Giovanni; il pensiero di Paolo e quello di Agostino.

Faccio ora una prima osservazione: trovo singolare che papa Francesco basi gran parte del suo documento sul quarto Vangelo attribuito senza dubbio alcuno all’apostolo. Gli studiosi dei Vangeli e degli evangelisti hanno collocato quei documenti tra gli anni quaranta e i settanta dopo Cristo. Quello di Marco sarebbe il primo; subito dopo, tra i quaranta e i cinquanta, Matteo e Luca; Giovanni tra i sessanta e i settanta. Poiché Gesù morì circa a 33 anni di età, se l’evangelista del quarto Vangelo fosse l’apostolo, l’avrebbe scritto tra i suoi 80-90 anni, il che sembra francamente improbabile.

Comunque, condizione apostolica o meno, Giovanni come Marco non fornisce alcuna notizia sulla nascita e l’infanzia di Gesù. Non c’è Betlemme, non ci sono Giuseppe e Maria, non c’è stella cometa, pastori adoranti e Magi venuti dall’Oriente; non c’è fuga in Egitto né strage degli innocenti.

Il Vangelo di Giovanni comincia con versi profetici e poetici: «In principio era il Verbo / e il Verbo era Dio / tutte le cose furono fatte per mezzo di lui / e senza di lui nulla fu fatto di quanto esiste. / In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini / era nel mondo il Verbo / ma il mondo non lo conobbe / venne nelle sue case / ma non lo ricevettero. / Ma a quanti lo ricevettero / diede il potere di diventare figli di Dio».

E infine lo snodo cruciale: «Il Verbo si è fatto carne / e abita tra noi / e noi fummo spettatori della sua gloria. / La legge fu data per mezzo di Mosè / ma la grazia e la verità / è venuta per mezzo di Gesù Cristo. / Dio non l’ha mai veduto nessuno / ce l’ha manifestato l’Unigenito Dio / che sta nel seno del padre».

Per l’evangelista Giovanni, Gesù è dunque il Verbo che si è fatto carne. Questo aspetto è assai delicato dal punto di vista teologico. Nessuno conosce Dio se non attraverso l’Unigenito che si è fatto carne ed è entrato nelle nostre case, nelle case di quelli che l’hanno ricevuto. Ma se si è fatto carne, non ha certo assunto un abito, indossato una tunica e adottato le movenze di uomo restando Dio. Se si è fatto carne ha assunto anche i dolori, le gioie, i desideri degli uomini. Infatti, secondo gli altri tre evangelisti, poco dopo il battesimo nelle acque del Giordano Gesù si è ritirato per 40 giorni nel deserto per essere tentato dal demonio e mettersi in questo modo alla prova. Il fatto d’aver resistito a quelle tentazioni deriva dunque da una sua battaglia contro i desideri umani; gli uomini di solito quel tipo di battaglie le perdono salvo poi pentirsi e ricaderci e pentirsi ancora confidando nella misericordia di Dio. I santi di solito le vincono e Gesù – dicono i Vangeli – la vinse e scacciò il demonio. Ma se aveva natura di uomo i desideri rimasero e rimase anche l’amore per se stesso insieme all’amore per gli altri.

Tentò un miracolo: far scomparire l’amore per sé concentrando l’intero suo flusso amoroso sugli altri e addirittura prescrivendo ai suoi discepoli di amare il prossimo come se stessi. Attenzione: come se stessi. L’amore per gli altri non aboliva dunque l’amore per sé ma si elevava come poteva allo stesso livello di sentimento.

Del resto che Gesù amasse se stesso risulta da una serie di episodi appena accennati nel Vangelo di Marco ma dettagliatamente riferiti in quello di Matteo. Un giorno Gesù parlava con un gruppo di persone in una casa di Cafarnao quando il padrone di quella casa si avvicinò a lui e gli sussurrò che fuor della porta c’erano sua madre e i suoi fratelli (per la prima volta si accenna in un Vangelo l’esistenza di fratelli) che volevano vederlo. Gesù ascoltò e rispose indicando con largo gesto i presenti: questi sono i miei fratelli e questa gente è mia madre. Dì a chi ti manda che tornino in pace a casa.

In un’altra occasione si rivolge ai discepoli che lo seguono dicendo loro: «Chi ha deciso di seguire me deve odiare il padre, la madre, i fratelli e le sorelle. Deve lasciare tutti se vuole seguire e amare me».

Infine un altro episodio, riferito sia da Marco che da Matteo: «Uno dei discepoli gli disse un giorno: Signore, domani non potrò essere con te, debbo andare ai funerali di mio fratello, ma tornerò appena possibile. E Gesù rispose: non andare e lascia che i morti seppelliscano i morti».

Se parlassimo di una comune persona anziché di quello che era (o riteneva di essere) il figlio di Dio, sulla base di questi episodi penseremmo d’essere in presenza di un Narciso all’ennesima potenza. Sicché è giustificato il dubbio: parliamo del figlio di Dio o del figlio dell’uomo? E qual è la risposta che la Chiesa dà di questi episodi scritti nei Vangeli riconosciuti dalla Chiesa stessa come validi e attendibili documenti?

Aggiungo, sempre parlando dei Vangeli che sono la sola documentazione sull’esistenza storica del personaggio, che dopo un anno di predicazione Gesù pose ai suoi dodici apostoli che rappresentavano il “cerchio magico dei suoi fedelissimi” la domanda: «Voi chi credete che io sia?».

Le risposte furono varie. La maggioranza disse tu sei il Rabbi, il maestro. Un paio rispose: tu sei il profeta Isaia redivivo. Un altro paio disse: tu sei il Messia, il messaggero di Dio che il popolo di Israele attende. Infine uno soltanto rispose: tu sei il figlio di Dio. Quanto a lui, quando parla di sé si definisce figlio dell’uomo anche se parlando di Dio usa sempre la parola “Abba” cioè Padre

Infine nel Getsemani e poi sulla croce quando sta per emanare l’ultimo respiro, invoca il padre e implicitamente lo rimprovera: «Perché mi hai abbandonato?» a quel punto muore il suo corpo diventa una spoglia mentre il cielo esplode di fulmini e tuoni e trema la terra.

Così raccontano gli evangelisti. È evidente che un’enciclica seria che si pone il tema della fede non può evadere a queste domande altrimenti diventa un documento banale che dimostra e spiega la fede descrivendola come dono di Dio. Il Dio padre o suo figlio? Suo figlio, risponde l’enciclica e delinea la consueta sequenza: si conosce il Padre soltanto passando attraverso il Figlio e si conosce il Figlio soltanto passando attraverso i successori degli apostoli, cioè i Vescovi e in particolare il Vescovo di Roma che è il più alto rappresentante del magistero apostolico

E in più: la fede è sinonimo di verità. La verità è il contenuto della fede e dell’amore.

Che l’amore sia il contenuto pastorale della Chiesa cattolica non c’è dubbio ed è certamente il tratto più positivo di tutta la sua pastoralità. Non tutte le altre confessioni cristiane predicano allo stesso modo l’amore. Questo è un segno di diversità e di qualità della Chiesa di Roma. Ma ora si pone un’ultima domanda.

L’incarnazione di Dio, e del Verbo, è un tratto distintivo ed esclusivo del cristianesimo. Nulla di simile esiste né per gli ebrei né per i musulmani, gli altri due monoteismi esistenti nel mondo. In realtà non esiste un Dio incarnato e Unigenito in nessuna religione del mondo. In alcune esistono dei incarnati, ma più d’uno. Anche gli “Olimpici” si incarnavano se e quando volevano, ma non erano veri uomini o vere donne: assumevano sembianze umane (o animalesche) ma nulla di più. Da questo punto di vista dunque il cristianesimo (e soprattutto il cattolicesimo) è un’eccezione. Ma lo scopo, o se volete il risultato, qual è?

Si potrebbe rispondere: la fede. Ma, purtroppo per chi lo dice, è una risposta sbagliata. La fede in Allah non è certo minore di quella nel Padre e nel Figlio. Si potrebbe addirittura dire che è ancora più intensa e sicuramente più diffusa, nelle popolazioni arabe in particolare.

Allah non ha una figura, non è in alcun modo rappresentabile e rappresentato. È un grave handicap per la storia dell’arte, ma non lo è dal punto di vista religioso. Allah è il signore del cielo e della terra e i suoi devoti avranno la felicità del paradiso, le opere saranno premiate, le preghiere dovranno esserci almeno due volte al giorno col volto verso la Mecca ovunque si trovi la persona credente. La secolarizzazione del mondo musulmano è iniziata ma procede con estrema lentezza. Trono e altare hanno convissuto per secoli nelle persone dei califfi, dei sultani, degli emiri.

L’assenza di un Unigenito incarnato non impedisce dunque la fede. E allora, perché? Una risposta – politica – c’è e si chiama limite. Date a Cesare quel che è di Cesare. Il cristianesimo nasce in concomitanza con l’Impero e ha continuato nei secoli a confrontarsi con l’autorità imperiale e comunque civile. Ha rifiutato (o ha dovuto rifiutare) la tentazione della teocrazia. Il Dio incarnato ha sempre precisato: il mio regno non è in questo mondo. Pilato di fronte a quella risposta stava per graziarlo ma la plebaglia di Gerusalemme preferì Barabba.

Infine una parola che riguarda gli ebrei e il loro Dio che è anche il Dio cristiano sotto altre spoglie: quel Dio non aveva promesso ad Abramo prosperità e felicità per il suo popolo? Ma durò assai poco quella prosperità. Furono schiavizzati dagli egiziani, poi dagli assiri e dai babilonesi, poi senza quasi intervallo, dai romani, poi la diaspora, poi le persecuzioni, infine la Shoah. Il Dio di Abramo la sua parola non l’ha dunque mantenuta. Qual è la risposta, reverendissimo papa Francesco?

Le domande di un non credente al papa gesuita chiamato Francesco

 

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Il pontefice argentino è lo scandalo benefico della Chiesa di Roma. Ma cosa risponderebbe agli interrogativi di un illuminista?

 

di EUGENIO SCALFARI – Repubblica 7 Agosto 2013

 

PAPA Francesco è stato eletto al soglio petrino da pochissimi mesi ma continua a dare scandalo ogni giorno. Per come veste, per dove abita, per quello che dice, per quello che decide. Scandalo, ma benefico, tonificante, innovativo.

Con i giornalisti parla poco, anzi non parla affatto, il circo mediatico non fa per lui, non è nei suoi gusti, ma il suo dialogo con la gente è continuo, collettivo e individuale, ascolta, domanda, risponde, arriva nei luoghi più disparati ed ha sempre un testo da leggere tra le mani ma subito lo butta via. Improvvisa senza sforzo alcuno a cielo aperto o in una chiesa, in una capanna di pescatori o sulla spiaggia di Copacabana, nel salone delle udienze o dalla “papamobile” che fende dolcemente la folla dei fedeli.

È buono come Papa Giovanni, affascina la gente come Wojtyla, è cresciuto tra i gesuiti, ha scelto di chiamarsi Francesco perché vuole la Chiesa del poverello di Assisi. Infine: è candido come una colomba ma furbo come una volpe. Tutti ne scrivono, tutti lo guardano ammirati e tutti, presbiteri e laici, uomini e donne, giovani e vecchi, credenti e non credenti aspettano di vedere che cosa farà il giorno dopo.

Di politica non si occupa, non l’ha mai fatto né in Argentina da vescovo né dal Vaticano da papa. Criticò Videla sistematicamente, ma non per l’orribile dittatura da lui instaurata ma perché non provvedeva ad aiutare i poveri, i deboli, i bisognosi. Alla fine il governo, per liberarsi di quella voce fastidiosa, mise a sua disposizione una struttura assistenziale fino a quel momento inerte e lui abbandonò lasua diocesi ad un vicario e cominciò a battere tutto il paese come un missionario, ma non per convertire bensì per aiutare, educare, infondere speranza e carità.

Due mesi fa ha pubblicato un’enciclica sulla fede, un testo già scritto dal suo predecessore con il quale convive senza alcun imbarazzo a poche centinaia di metri di distanza. Ha ritoccato in pochi punti quel testo e l’ha firmato e reso pubblico.

L’enciclica è alquanto innovativa rispetto ad altre sullo stesso tema emesse dai suoi predecessori. La novità sta nel fatto che non si occupa del rapporto tra fede e ragione. Non esclude affatto che quel rapporto ci sia, ma a lui (e a Benedetto XVI) interessa la grazia che promana dal Signore e scende sui fedeli. La grazia coincide con la fede e la fede con la carità, l’amore per il prossimo, che è il solo modo – attenzione: il solo modo – di amare il Signore. Si sente il profumo intellettuale di Agostino. Più di Agostino che di Paolo. Ma qui andiamo già nel difficile. Si dovrebbe pensare che siano tre i Santi di riferimento per l’attuale Vescovo di Roma (che insiste molto su questa qualifica che accompagna e addirittura precede il titolo pontificale): Agostino, Ignazio, Francesco

Ma è quest’ultimo che dà al Papa che ne ha preso il nome il connotato più evidente e da lui sottolineato in ogni occasione. Vuole una Chiesa povera che predichi il valore della povertà; una Chiesa militante e missionaria, una Chiesa pastorale, una Chiesa costruita a somiglianza di un Dio misericordioso, che non giudica ma perdona, che cerchi la pecora smarrita, che accolga il figliol prodigo.

Certo, la Chiesa cattolica è anche un’istituzione, ma l’istituzione, come la vede Francesco, è una struttura di servizio, come l’intendenza di un esercito rispetto alle truppe combattenti. L’intendenza segue, non precede. E così siano l’istituzione, la Curia, la Segreteria di Stato, la Banca, il Governatorato del Vaticano, le Congregazioni, i Nunzi e i Tribunali, tutta l’immensa e immensamente complessa architettura che tiene in piedi da duemila anni la Chiesa, Sposa di Cristo.

Questo, finora, è stato il volto della Chiesa. La pastoralità? Certo, un bene prezioso. La Chiesa predicante? La Chiesa missionaria? La Chiesa povera? Certo, la vera sostanza che l’istituzione contiene come un gioiello prezioso dentro una scatola d’acciaio.

Ma attenzione: per duemila anni la Chiesa ha parlato, ha deciso, ha agito come istituzione. Non c’è mai stato un papa che abbia inalberato il vessillo della povertà, non c’è mai stato un papa che non abbia gestito il potere, che non abbia difeso, rafforzato, amato il potere, non c’è mai stato un papa che abbia sentito come proprio il pensiero e il comportamento del poverello di Assisi. E non c’è mai stata, se non nei casi di debolezza e di agitazione, una Chiesa orizzontale invece che verticale. In duemila anni di storia la chiesa cattolica ha indetto 21 Concili ecumenici, per lo più addensati tra il III e il V secolo dell’era cristiana e tra il IX e il XIII. Dal Concilio di Trento passarono più di trecent’anni fino al Vaticano I preceduto dal Sillabo e poi ne passarono ottanta fino al Vaticano II.

I Sinodi sono stati ovviamente molto più numerosi, ma tutti indetti e guidati dalla Curia e dal Papa.

Il cardinale Martini (vedi caso anch’egli gesuita) voleva accanto al magistero del Papa la struttura orizzontale dei Concili e dei Sinodi dei vescovi, delle Conferenze episcopali e della pastoralità. Non fu amato a Roma, come Bergoglio nel conclave che terminò con l’elezione di Ratzinger.

Bergoglio ama anche lui la struttura orizzontale. La sua missione contiene insomma due scandalose novità: la Chiesa povera di Francesco, la Chiesa orizzontale di Martini. E una terza: un Dio che non giudica ma perdona. Non c’è dannazione, non c’è Inferno. Forse Purgatorio? Sicuramente pentimento come condizione per il perdono. «Chi sono io per giudicare i gay o i divorziati che cercano Dio?» così Bergoglio.

Vorrei però a questo punto porgli qualche domanda. Non credo risponderà, ma qui ed oggi non sono un giornalista, sono un non credente che è da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe, ebreo della stirpe di David. Ho una cultura illuminista e non cerco Dio. Penso che Dio sia un’invenzione consolatoria e affascinate della mente degli uomini.

Ebbene, è in questa veste che mi permetto di porre a Papa Francesco qualche domanda e di aggiungere qualche mia riflessione.

Prima domanda: se una persona non ha fede né la cerca, ma commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?

Seconda domanda: il credente crede nella verità rivelata, il non credente pensa che non esista alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?

Terza domanda: Papa Francesco ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie perirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Anch’io penso allo stesso modo, ma penso anche che con la scomparsa della nostra specie scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio e che quindi, quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo. Il Papa ha certamente una sua risposta a questo tema e a me piacerebbe molto conoscerla.

Ed ora una riflessione. Credo che il Papa, che predica la Chiesa povera, sia un miracolo che fa bene al mondo. Ma credo anche che non ci sarà un Francesco II. Una Chiesa povera, che bandisca il potere e smantelli gli strumenti di potere, diventerebbe irrilevante. È accaduto con Lutero ed oggi le sette luterane sono migliaia e continuano a moltiplicarsi. Non hanno impedito la laicizzazione anzi ne hanno favorito l’espansione. La Chiesa cattolica, piena di difetti e di peccati, ha resistito ed è anzi forte perché non ha rinunciato al potere. Ai non credenti come me Francesco piace molto, anzi moltissimo, come pure Francesco d’Assisi e Gesù di Nazareth. Ma non credo che Gesù sarebbe diventato Cristo senza un San Paolo.

Lunga vita a Papa Francesco.

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