Nigeria, riconciliazione sulle strade dell’odio

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Rassegna stampa

Avvenire – 24 maggio 2012

«Disoccupazione e ignoranza. Povertà. Corruzione diffusa nella vita politica ed economica. Insicurezza e criminalità in aumento. Desertificazione che avanza e costringe alla migrazione verso sud, a un sempre più ampio scontro tra bisogni e costumi di gruppi etnico-religiosi diversi. Che degenerano in veri e propri conflitti per il possesso della terra e delle sue risorse, soprattutto quando sono comunità dedite alla pastorizia o all’agricoltura (in particolare Fulani, nomadi e musulmani, e Tarok, sedentari e cristiani, ndr).

Su questo lungo elenco di perché, qualcuno vorrebbe giustapporre il cappello della religione. Per nascondere i veri problemi che pesano sulla vita dei nigeriani. Ma la fede non è paura, è santità della vita».
La loro è una storia di odio puro. Una storia di sangue e lutti. Con un passato di miliziani accecati dalla violenza in nome della religione. Una storia finita con un abbraccio di perdono e riconciliazione: «Quando segui un pilota sbagliato, sbaglierai anche la tua rotta», è il motto dei due ex nemici.
Loro due. Gli ex nemici giurati.

James Movel Wuye, con un padre che ha combattuto per l’indipendenza del Biafra, è un pastore. Tra gli anni Ottanta e Novanta è un giovane militante cristiano che cova un odio senza limiti per i musulmani. A Kaduna, rappresaglie e vendette sono all’ordine del giorno tra gruppi di giovani cristiani e musulmani. In uno scontro, James perde il braccio destro.

Il nemico è l’imam Muhammad Nurayn Ashafa, a capo di un gruppo di fanatici islamici che ripudiano tutto ciò che è occidentale, quindi (per loro) cristiano. In una delle feroci battaglie tra giovani, vede morire due cugini e la sua guida spirituale.

Wuye e Ashafa si cercano per la vendetta, ma prima che scorra il sangue arriva un amico comune che riesce a organizzare un incontro. Per la prima volta, il cristiano Wuye e il musulmano Ashafa si guardano negli occhi. Si conoscono, si parlano. Capiscono che quanto stanno facendo non porta da nessuna parte. Cresce una nuova amicizia e nasce il forum per il dialogo Interfaith mediation center, (Imc), «Centro di mediazione religiosa». Oggi annovera migliaia di giovani volontari, cristiani e musulmani. Si lavora proprio sui giovani, per impedire storie come quella di Wuye e Ashafa, incontrati negli uffici Imc al sesto piano del palazzo Hamza Zayyan House, nel centro di Kaduna.

«Kaduna è una realtà mista. Siamo quasi al 50 per cento tra musulmani e cristiani – spiega il pastore Wuye –. Quando si avvia un processo politico locale, ad esempio su chi governerà il capoluogo dello Stato federale del Nord, ci sarà sempre chi spingerà l’attenzione non sui problemi di contenuto da risolvere, ma sulle implicazioni identitarie di appartenenza religiosa. E i giovani cadono nella trappola». L’imam Ashafa aggiunge: «Sfortunatamente, in Nigeria è più facile politicizzare la religione, teologizzando la politica, piuttosto che insegnare la misericordia e il perdono: si incita alla vendetta, invece che alla pace. Questo è il veleno che intossica i nostri ragazzi».

Ma che cosa pensano Wuye e Ashafa di Boko Haram, la setta islamica indicata come responsabile di innumerevoli atti di terrorismo in Nigeria, accusata pure di azioni che nessuno rivendica (fatto, questo, che l’organizzazione ha respinto anche con una serie di attentati, una decina di giorni fa, contro l’informazione nigeriana, a sua volta incolpata di non dire la verità)? «Le radici politiche di Boko Haram – rispondono all’unisono pastore e imam – affondano in epoca postcoloniale. Una setta come altre.

Che senza l’uso della violenza voleva una Nigeria diversa dal sistema lasciato in eredità dagli inglesi. Oggi la sua trasformazione in chiave violenta è l’esito di quanto accaduto in Cecenia, Afghanistan, Iraq, Libia. E della proliferazione delle armi. Boko Haram è un gruppo molto forte, di giovani, ben coordinato. Il nostro lavoro vuole fermare questo odio. Anche se sappiamo che c’è chi sfrutta il nome Boko Haram per alimentare la nebbia. E farci sprofondare nel buio».

Claudio Monici

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