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Il Sessantotto interiore

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È in libreria il libro di  di Julia Kristeva, L’avvenire di una rivolta (il melangolo, pagine 100, euro 12,00), da cui pubblichiamo la prefazione. La filosofa e psicoanalista francese di origine bulgara, riprendendo la famosa frase di Camus «mi rivolto dunque sono», afferma che «ci rivoltiamo dunque abbiamo un avvenire». Il libro è un elogio della rivolta permanente come capacità di ricominciare sempre la nostra esistenza, di rimettere sempre in questione le nostre convinzioni e credenze, come unica possibilità per non chiudersi nel presente e tenere aperto l’avvenire. Kristeva parte dall’esperienza della vita psichica di ciascuno perché è qui che si gioca l’avvenire della società e la possibilità di fondare una nuova politica. Analizzando esperienze diverse che vanno dalla preghiera all’arte, dal dialogo all’analisi, Kristeva offre un quadro per orientarsi in un’epoca di crisi che, prima ancora che politica, è una crisi esistenziale che investe il senso della vita degli uomini. Tra le numerose opere della Kristeva tradotte in italiano ricordiamo: Il rischio del pensare, il melangolo, 2006; Teresa, mon amour, Donzelli 2008; Il genio femminile, Donzelli, 2010; Storie d’amore, Donzelli, 2012.

Sommosse popolari, gioventù indignata, dittatori detronizzati, presidenti cacciati dalle oligarchiche fortezze, speranze e libertà represse in prigione, processi farsa e bagni di sangue. La rivolta, riot sul web, sta quindi risvegliando l’umanità digitale dal suo sogno iper-connesso? Nient’altro che l’ennesima astuta richiesta di uno spettacolo che ha bisogno di perpetuarsi? Ma di che rivolta stiamo parlando? È ancora possibile in questi tempi di generalizzata miseria, debito endemico, austerità e disoccupazione, in un momento in cui le guerre saldamente localizzate minacciano di generalizzarsi e lo scioglimento dei ghiacci sta per inondarci? Ho scritto L’avenir d’une révolte (Calmann-Lévy, 1998), di cui il lettore troverà di seguito la riedizione, sulla scia di Sens et non-sens de la révolte (Fayard, 1996) e di La Révolte intime (Fayard, 1997), una quindicina di anni fa. La Francia, sempre fiera della propria memoria e della propria eccezione culturale, ma sempre più delusa dagli schemi e dalle promesse di cui si nutre la politica e, oggi, sul punto di diventare astensionista in un’Europa in ritirata, resta tuttavia sempre animata da un gusto inalterabile per la libertà di pensare, nel genio della lingua francese e nel culto del dibattito repubblicano.

Ascoltavo allora e continuo ad ascoltare i miei pazienti: persone che, uomini e donne, subiscono una crisi personale, o la crisi in generale, e che si fanno strada tra parole usate, loro eterno ritorno, forse loro rinascita. Una nuova specie di individui arrabbiati ha ripreso il cammino della rivolta intima: quella dei nuovi realisti che, come si diceva nel maggio ‘68, vogliono l’impossibile. Mi sembra che la loro rivolta sia l’aspetto visibile della rivalutazione del continente religioso che chiamiamo “esperienza interiore” e che persiste nell’affermarsi timidamente, segretamente, sensibilmente, sotto la superficie delle immagini, degli elementi di linguaggio e delle contrazioni identitarie.

Questa rivolta è controcorrente rispetto all’oppressione e al terrore, di fronte a una crisi senza soluzione, così come di fronte all’incanto realista. Il loro senso torna a me ormai come un’eco rimandata da nuovi, inaspettati lettori. Come il ricercatore americano che, per analizzare i vantaggi e le trappole del bipartitismo politico, guarda alla politica europea, cosiddetta “continentale”, e preferisce mettere in dubbio i “valori” più che riflettere a partire dai “dati”. Come l’avvocatessa e l’artista cinesi, cui è stato conferito il Premio Simone de Beauvoir per la libertà delle donne, e che contribuiscono allo sviluppo economico del gigante cinese, ma corrono anche il rischio di rivoltarsi, esigendo il rispetto dei “diritti della donna”, nell’attesa che vengano riconosciuti ufficialmente i diritti dell’uomo. Come i democratici che hanno partecipato alla “rivoluzione dei Gelsomini”, prima di subire il ritorno dell’integralismo islamico rimosso. Come lo studente cileno che brandiva una traduzione spagnola dei miei scritti sulla rivolta davanti al suo istituto in sciopero, su cui campeggiava lo striscione “Università in rivolta” per i drastici tagli ai finanziamenti all’istruzione. Come, infine, gli psicanalisti siriani che tentano una stupefacente transvalutazione della propria tradizione quando resistono alla dittatura, creando “psicoterapie di gruppo contro la paura” o quando affinano la traduzione degli scritti di Freud riprendendo il lessico della mistica araba.

Gli uomini in rivolta della nuova specie sono gli individui arrabbiati che non hanno perso il senso decisivo e specifico della rivolta. Tutti e tutte sono impegnati in un’esistenza difficile, spesso dolorosa, e portano avanti lotte rischiose. Condividono tuttavia qualche cosa di nuovo, che probabilmente c’è sempre stato, ma che diventa ormai confessabile, addirittura rivendicato. Scoprono per esperienza che non ci sono risposte alle impasse sociali, storiche, politiche, senza un’esperienza interiore radicale, esigente, singolare, capace di appropriarsi della complessità del prima per decidere dell’adesso e del poi.

Per sfuggire alla cecità dei tecnici della politica. Per combattere il fondamentalismo che bracca la corruzione, però iniziando a instaurare la repressione delle libertà fondamentali. Per evitare il non-sense del rifiuto vendicativo che, doppio simmetrico e impotente, denuncia l’avversario senza un’alternativa sensata. Non basta avere un programma. Servono uomini e donne con esperienze interiori singolari, dubbiose, intransigenti e solo a queste condizioni riformatrici. Uomini e donne che sappiano trasmettere e condividere una parola in rivolta e solo a questo prezzo innovativa.

La poesia era sempre stata capace di esprimere la volontà della volontà libera, riandando alla memoria delle parole da cui trarre il tempo sensibile. In epoche che percepiamo in oscuro declino o, almeno, sospese, l’indagine resta la sola forma di pensiero possibile: indizio di una vita semplicemente viva.

L’interiorità non è la nuova prigione. Il suo bisogno di legami potrebbe, in futuro, fondare un’altra politica. Oggi, la vita psichica sa che si salverà solo se saprà concedere a se stessa il tempo e lo spazio delle ribellioni: rompere, rammentare, rifare. Dalla preghiera al dialogo, attraverso l’arte e l’analisi, l’evento chiave rimane la grande liberazione infinitesimale: da ricominciare di continuo. Senza questo, la globalizzazione avrà da calcolare solo i tassi di crescita e le combinazioni genetiche.

Le verità, incluse quelle scientifiche, forse sono illusioni, ma hanno il futuro davanti a loro. In contrappunto a certezze e credenze, la rivolta permanente consiste nel rimettere in discussione il sé, il tutto e il nulla, che chiaramente non hanno più ragione di essere. Se siamo ancora in tempo, però, scommettiamo sull’avvenire della rivolta. Mi rivolto, dunque siamo (Albert Camus). O meglio: mi rivolto, dunque saremo. Esperienza radiosa e di ampio respiro.

 

Julia Kristeva – Avvenire 28 agosto 2013

 

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